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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 09/03

Domani nelle sale il film d´animazione di Chomet che ha trionfato al festival d´Annecy. 

Certe cose se le può permettere solo il cinema d'animazione. Ad esempio una nave enorme che attraversa l'Oceano, e una vecchietta che la insegue in pedalò. Di per sé, una fesseria illogica. Poco più che una barzelletta. Ma la scena l'ho vista in questo film che s'intitola Appuntamento a Belleville: ed era poesia pura. Con quella nave disegnata tutta un po' alta sulla linea di galleggiamento, come una ballerina sulle punte, e il pedalò dietro, nella luce del tramonto, nel buio della notte, nel fulgore di una tempesta. 
In audio: Mozart. Giuro: era poesia. La vecchietta, tra l'altro, ce la fa. Voglio dire che tampina la nave per giorni e poi, con il suo pedalò, approda in una metropoli che è un po' Montreal un po' New York, e lì non ricordo esattamente cosa fa, perché ero accecato dal disegno della metropoli, una meraviglia, assoluta. Quei disegni che se sono in un libro, o in un fumetto, passi poi le ore a studiarli nei particolari, l'insegna luminosa, il tombino, il piccione che passa, le sbrecciature dei muri, il filo della luce, le mutande stese, la carrozzella dimenticata fuori dal negozio, le tendine semiaperte al primo piano. (Al cinema è diverso. Tutto passa sullo schermo e quel che ti resta è una scia per così dire dolorosa, di meraviglia perduta per sempre. Puoi giusto pensare di tornare a vedere il film una seconda volta. Ma è un po' come quelli che tornano a sedersi nello stesso bar, alla stessa ora, pensando che gli passerà davanti la stessa donna di ieri: e questa volta avranno il coraggio di fermarla. Non funziona mai, come avrete notato). Dunque ce la fa, la nonnina. Si chiama Madame Souza. Gira con un cane che invece si chiama Bruno. L'Oceano lo attraversa per recuperare suo nipote, taciturno corridore ciclista con la faccia da Coppi triste, rapito mentre stava correndo il Tour de France, e portato via dalla mafia francese per una storia di scommesse. È quel tipo di storia che ti può venire in mente quando hai 12 anni, un pomeriggio di caldo cane, niente da fare, solo figurine sudate da rigirare in mano e un televisore, dal bar vicino, che sputa fuori il Tour de France. Solo che c´è gente che ha 12 anni per tutta la vita, e da quel pomeriggio non è mai più uscita.
Sylvain Chomet dev'esser uno di quelli lì. Appuntamento a Belleville l'ha scritto e diretto lui. È andato a ripescare una Francia anni Cinquanta (mai vista, lui è del '63), ci ha messo a bollire quei detriti di vita che quando sei piccolo sono la vita (un cane che abbaia al treno che passa, le Due Cavalli che ondeggiano come materassi a molle, tua nonna con la zeppa sotto la scarpa sinistra...), ha condito con un po' di miti (Buster Keaton, i film di gangster, Jacques Tati, la pubblicità del formaggio, che so...) e tutto questo ha fatto diventare disegno e storia. Il risultato è qualcosa d'irripetibile, un formidabile esempio di libertà inventiva e artigianato della fantasia. Ci tengo a sottolineare che io non perdo un cartoon americano da anni, penso che Bug's life vale tutto Totò, e sono rimasto sveglio anche a Spirit. Ma Appuntamento a Belleville è altrove, rispetto a quelle cose là: altrove, se capite cosa voglio dire. Tanto per fare un esempio, in quel film non parlano praticamente mai. Fanno versi, ogni tanto, e voci vere arrivano quasi solo dagli altoparlanti, dalle radio, dalle tivù, cose così. I protagonisti si capiscono perché si guardano e da un'eternità sono compagni della stessa sventura. Oppure non si capiscono e non importa: non gli passa nemmeno per la mente di chiedere. È come se le parole fossero un lusso che nessuno, in quel mondo ridotto all'osso, si può permettere. O una complicazione che nessuno, in quel mondo d'irriducibili, si va a cercare. Uno sguardo, un verso con la gola, e via. 
È un film che fa molto ridere: e non c'è una sola battuta. Altrove, come dicevo. Immagino che qualcuno lo troverà un po' lento. E francamente non so immaginare che impressione possa fare ai bambini. Come tante cose che vengono da altrove, passerà come un meteorite imprevedibile nel cielo del marketing. Magari sparisce dopo due giorni. Magari a Natale siamo ancora lì col naso all'insù a vedere il pedalò che attraversa l'Oceano. O quella storia del giornale, del frigorifero e dell'aspirapolvere. Quella è formidabile. C'entra sempre la nonnina, madame Souza. È ospite da tre scervellate che mangiano solo rane. E lì c'è tutta una storiella in cui c´entrano un giornale, il frigorifero e l'aspirapolvere. Lì per lì non si capisce niente, sembra una stranezza appesa lì: dato che nessuno parla rimane tutto un po' sospeso, insomma passa e tu te ne dimentichi. Poi però qualche minuto dopo ritrovi tutto quanto ricomposto in una gag esatta e geometrica che ti spiega tutto, e mentre ridi ti fa sentire definitivamente sconfitto, meravigliosamente sconfitto, da quel geniaccio là e le sue storie senza senso. Ti alzi e applaudi. Se ti è rimasto un grammo di bellezza dentro, voglio dire. Ti alzi, e applaudi.

La Repubblica, settembre 2003