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Ci arrivi col metro, fermata
Quai de la Gare, e con cinquanta metri a piedi in mezzo al cantieri di SimCity. Poi ti esplode negli occhi, come un film di Lucas, quattro monoliti a forma di libro aperto che se ne vanno su per ottanta metri tutto vetro e acciaio. Segnano gli spigoli di un rettangolo che sprofonda sottoterra, con la chicca di un giardino botanico, giusto in mezzo, deportato là sotto da chissà dove, invisibile da fuori, un po' triste, quando lo vedi da dentro, le cime degli alberi pettinate dal vento gelido di Parigi. Per entrare, scalinate faraoniche e due poliziotti, in un container da cantiere, che combattono un po' comicamente la loro battaglia contro bombe e attentati vari. Sali e a ogni gradino sei più piccolo. E sono tutti piccoli. Naufraghi in un'orgia di spazio che se la vedono i giapponesi ci muoiono di rabbia. Terrazze come campi di calcio, passerelle che non finiscono più, vuoto dappertutto. Guardi in su e i diciotto piani delle torri ti spalmano per terra, guardi giù, verso il giardino botanico, e ti sembra di essere in elicottero. Volevo poi solo consultare due libri, pensi. All'ingresso, inspiegabile e allucinante, una ordinata serie di alberelli sigillati in gabbie di ferro fatte su misura. Piacerebbe pensare che è una confezione provvisoria, poi tolgono tutto. Ma è verosimile che sia, invece, una brillante trovata dell'architetto. Che, tra parentesi, si chiama Perrault (come quello delle fiabe, vedi tu).
Entrare costa seimila lire. 0 sessantamila, se ti abboni per tutto l'anno. E già questo, in Italia, non sarebbe passato. Perché la cultura è un diritto, ecc. ecc. Difficile capire chi ha ragione. Comunque qui hanno deciso così: e ciò significa che la BNF non si trasformerà nell'allegro bivacco che è la Biblioteca del Beaubourg (gratuita). Un po' meno viva, c'è da immaginare, un po' più tranquilla, c'è da scommetterci. Per adesso sembra un locale appena aperto, la gente è poca, gira annusando le novità, tocca dappertutto e vuol provare: tutto.
Spazi esagerati anche dentro, con corridoi da palazzo reale, e foyer grandi come giardini pubblici. Camminando camminando, incominci a capirci qualcosa. E cioè, innanzitutto, che la vera Bibliothèque Nationale, nel senso dei famosi dieci milioni di libri, non c'è ancora, e gli spazi veri e propri per gli studiosi sono ancora chiusi. Di disponibile c'è la Biblioteca di Consultazione, che poi è la migliore idea di biblioteca che puoi immaginare: un posto dove i libri te li vai a prendere direttamente sugli scaffali, e viaggi in diretta nell'oceano delle bibliografie, senza usare, se non vuoi, le mappe dei cataloghi. Anche qui, come ormai ovunque, trionfa l'idea, un po' triste, della divisione dei saperi. Niente sala enorme e unica, a raccogliere tutte le avventure possibili della mente: gli avvocati di qua, i poeti di là, ognuno con un'ampia sala a disposizione e i libri che fanno per lui. Fine della bella emozione di quando studiavi Leopardi e quello di fianco prendeva appunti sul sistema sanguigno strabordando le sue tavole anatomiche sul tuo tavolo. Va be'.
Fai passare la tua tessera nell'apposita macchina tipo metropolitana, e entri. Moquette e legno. Silenzio. Sedie orrende ma anatomiche, con tanto di basculamento a disposizione. Luce perfetta, prese per il portatile, manca solo il mobiletto bar. Se vuoi giri per gli scaffali, se vuoi ti siedi a un computer e entri nel catalogo. Dove scopri una cosa non insignificante: sarà anche, un giorno, la biblioteca più grande dei mondo, ma per adesso sembra un supermercato negli ultimi giorni dei saldi. Trovi poco, e non sempre le cose migliori.
Clicchi sul mouse godendoti un computer che va da dio, ma intanto quel libro non lo trovi, e quella rivista non c'è. Non è solo una questione quantitativa: è anche la qualità che conta. Come la gran parte delle biblioteche di consultazione, anche questa soffre di una cronica tendenza all'obsoleto, al casuale, allo scaduto. Per dire. Ricerca per soggetto: sport. Diligentemente il computer sputa i libri disponibili: trenta. Trenta? Tutto lo sport in trenta libri? E che libri mai saranno? Vai a vedere, clicchi, il computer snocciola: lo sport presso i greci (3 volumi), lo sport presso gli egizi (veramente c'è qualcuno a cui frega qualcosa?), un libro sulla boxe, ma solo su quella francese (vecchio vizio), un'enciclopedia che poi la prendi e dopo dieci minuti hai già finito di cercarci qualcosa di interessante. Possibile? Va bene che cercare lo sport è da canaglie (sull'Etica, per dire, se la cavano meglio), ma è un segnale. Emblematico. Il più inequivocabile, in questo senso, lo trovi nella sala B.
La sala B è quella degli audiovisivi. Profumo di futuro, e di alta tecnologia. In effetti è tutto un lusso: tu, un computer gigante, e due ore a disposizione per navigare tra film, centinaia di ore di registrazioni, migliaia di foto, 200 Cd?Rom. Col mouse in mano puoi fare di tutto: ingrandire, mettere il rallenti, saltare da una parte all'altra. Tutto molto semplice. Immediata sensazione che lì ci starai per tutti i prossimi giorni. Poi però inizi a cercare. E quello che trovi è strano. Voglio dire, con tutta l'infinita produzione di suoni e immagini con cui il Novecento si è autoregistrato, dovresti poter viaggiare ovunque. E invece no. Sembra una sciocchezza ma non lo è: non c'è la faccia di Madonna, lì dentro (non dico un film, anche solo una foto, un disegno, che ne so). Non c'è la voce della Callas, non c'è la mandibola di Mussolini e neanche una foto di Walt Disney. C'è una conferenza di Lacan (lui, avviluppato in una camicia orrenda e in un narcisismo feroce), c'è Glenn Gould che si fa riprendere col cane e improvvisa scenette col taxista (scava scava, non sono mai eremiti come ci hanno fatto credere), ma non c'è una sola nota di Elvis, e nemmeno un pugno di Mohammed Ali. C'è il vecchio Cèline, nella sua casa incasinata coi manoscritti dei suoi libri tenuti insieme con le pinze da bucato, ma non c'è Calvino, e nemmeno Puccini (una foto, almeno una foto). C'è la voce di Joyce che legge l'Ulisse, ma non c'è quella di Humphrey Bogart che dice una qualsiasi stupida battuta, anche una sola, "filiamocela, gente". E' così. Per cui ti ritrovi a pensare che bell'assurdo è sognare torri da diciotto piani piene di libri, e farle, ma sempre con la chiara, incorreggibile prospettiva di farti scivolare intanto il mondo sotto il sedere, mentre tu edifichi geniali musei e lui scappa, e tu tessi reti di cataloghi immense, e lui non si lascia pescare. Un'utopia niente male, anche folle, se si vuole, salutare, sicuramente, illogica. E come tutte le utopie: da difendere.
Comunque. Il personale è tutto molto gentile, come in un buon hotel, il bar è elegante e caro, non c'è una barriera architettonica a pagarla, nei bagni non c'è ancora nessun numero telefonico scritto a biro, non fa caldo, non fa freddo, c'è uno spazio espositivo dove in questi giorni puoi vedere, tra l'altro, i 35 volumi originali dell'Encyclopédie e gli appunti che prendeva Leibniz mentre inseguiva la verità. Quando esci, ti prende la sensazione di uscire da una stazione spaziale orbitante, come le fanno nei film, grandiosa e assurda, a mille miglia dalla Terra, in giro per un cielo che nemmeno ti immaginavi. La quale sensazione, da sola, varrebbe già le seimila lire dell'ingresso.
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