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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 30/10/96

Quella mostruosa capacità di percepire il mondo - Quando il libro diventa cannibale.

Nel bene e nel male i giovani cannibali stanno tenendo banco in questi giorni sulle pagine culturali dei giornali (qui ne ha parlato Loredana Lipperini il 18 ottobre) e alla Tv: l'Altra Edìcola ha dedicato un'intera puntata al fenomeno.
Scrittori dell'eccesso che non necessariamente sono scrittori nuovi, ha detto di loro Angelo Guglielmi, mentre Nanni Balestrini giudica questa generazione una novità europea che riscatta la noia degli ultimi decenni. Anche a Sebastiano Vassalli sono piaciuti: purché non facciano dell'avanguardia, ha aggiunto, sottintendendo che l'orrore estremo è meglio dello sperimentalismo.

L'articolo di Baricco apparso sulla Repubblica

 Ironici o disinteressati i protagonisti, da Ammaniti a Nove, che non non vogliono padri. Tommaso Labranca ha dichiarato che Guglielmi è noioso. Arbasino su Repubblica ha rimproverato tutti di non aver citato il mostro di Marcinelle. Intanto l'antologia einaudiana Gioventù cannibale ha già venduto quindicimila copie: siamo all'orrore di massa? Comunque. Ripenso al perentorio «stronzate» di Cotroneo e non posso fare a meno di capire che c'è del vero. Ed è una cosa che esiste in Destroy come in altri librí scritti dai più giovani. E' un po' come se la formidabile capacità di registrare la quantità del mondo impedisse loro di avvicinarsi all'essenza del mondo (parole impegnative, ma non ce n'è altre). Voglio dire: l'indice di un'enciclopedia contiene il mondo ma non ti aiuta a conoscerlo: desta meraviglia, ma non tramanda sapere, è un'immagine spettacolare del mondo, ma non è il mondo. Destroy è un indice scritto benissimo, e fantastico: ma la vita, che c'entra con tutto quello? Le ragioni del reale dove diavolo sono finite? Che ne è del caro, vecchio Senso?
E' la stessa sensazione che si ha, spesso, di fronte alla musica contemporanea (quella popolare, non quella colta) e ai fumetti: più la tecnica è stabiliante, più la rappresentazione del mondo è acrobatìca e hard, meno ti ritrovi vicino al cuore delle cose. Tutto assume un che di artificiale e ìmpermeabile che ti ricorda la geniale separatezza dei parchi di divertimenti. Disneyland. Se Biancaneve vi fa vomitare, e a Paperino preferisci vibratori e sodomie, paga il biglietto ed entra in Destroy. Lo stile è un tantino differente, ma il succo è lo stesso. Luoghi separati.
Per questo, una mattina che incautamente ti dimentichi a casa le cautele d'ordinanza, puoi anche pensare: sono stronzate. Perché da un libro, fino a quando i libri esisteranno, ti aspetti qualcosa di più: «ll lato epico della verità», diceva Benjamm, con una bella espressione. Qualche emozionante indizio rubato al cuore delle cose. Basta un'eco, alle volte. Ma che venga da là. Senon senti niente, quel che finisci per pensare, un po' sbrigativamente, è: tutte stronzate. E quel che stai pensando è una cosa vera e falsa, contemporaneamente.

* * *

La falsa intelligenza del giornalismo culturale contrappone buonisti e cannibali come se la letteratura fosse una lotta di galli, e i galli scriventi, imbecilli, ci stanno, sparandosi pistolettate più o meno eleganti o vigliacche, in una rissa da paese in cui si muovono con antica sapienza ì vecchi maestri (supremamente i cattivi maestri) gestendo la loro mediocrità con abilità ammirevole, dosando una legnata qui e un buffetto un po' lascivo là. Passeggiando sul trottoir dei media a braccetto con la bella gioventù, che tanto al momento buono finirà a letto con altri, non certo col loro vecchiume ma intanto la gente si volta e li guarda, i vegliardí scaduti, lì sul trottoir dei media, e cosa darebbero quelli per uno sguardo, uno sguardo ancora, prima di sparire. Quanto è cosi evidente che non si scrive gli uni contro gli altri, ma ciascuno per disegnare il proprio pezzo di mondo, parziale e pefettibile, nella mappa complessiva di una geografia totale. La geografia non è un duello. E' uno stare accanto di terre differenti. E non c'è un luogo più giusto, o vero, di altri, ci sono solo, per ciascuno patrie, una per ciascuno, e quello è il posto giusto, e vero, di ciascuno. E le patrie si fanno la guerra solo nella Storia. Non nella geografia. La letteratura è geografia. (Almeno: credo). E certo che scrivere è un duello: ma con i lettori. E, se proprio ti rimane del tempo, con i critici. Con gli altri che scrivono: mai.

* * *

La terra di Destroy è dove non sono io. Ma c'è. Arrivano cartoline, videotape e urla, da laggiù. E ogni tanto, senza accorgertene, ti capita di finirci, anche senza volerlo. Io ad esempio me la sono trovata addosso scendendo dalla metropolitana di Tokyo, fermata Shìbuya. Ma anche quando ho sentito gli Africa Unite, o quando ho seguito Frank Miller fino a Gotham City, per vedere Batman. Posti geniali. Emozionanti. E' difficile capire se sono solo Disneyland travestite, o terre autentiche, ridisegnate da qualche terremoto del Tempo; posti in cui il mondo si è ritirato tutto in superficie, e il senso delle cose rìposa polverizzato su tutte le scorie di ovunque. Difficile da capire. Ma restano terre di fianco ad altre terre, sparse sulla faccìa della terra insieme alla terra che è mia. Non mi riesce proprio di vederci il male, o il nemico. E' geografia, non è guerra. Almeno fino a quando qualcuno non deciderà di deportarci tutti là nell'assurda pretesa che là sia il posto giusto. Allora sì sarebbe seccante. Vorrà dire che fodererò la mia scrittura di lattice, seghe circolari e video porno vietnamiti, così giusto per mimetizzarmi e salvarmi la pelle.
Poi, di notte, giù in cantina a leggere Moby Dick.