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Chiedi alla polvere è un
romanzo costruito su tre storie. Prima: un ventenne sogna di diventare
uno scrittore e in effetti lo diventa. Seconda: un ventenne cattolico
cerca di vivere nonostante il fatto di essere cattolico. Terza: un
ventenne italoamericano si innamora di una ragazza ispanoamericana e
cerca di sposarla. Il tutto a bagno nella California.
Immaginate di fondere le tre storie facendo convergere i tre ventenni
(lo scrittore, il cattolico, l'italoamericano innamorato) in un unico
ventenne e otterrete Arturo Bandini. Fatelo muovere e otterrete Chiedi
alla polvere. Ammesso, naturalmente, che abbiate un talento bestiale.
Non so se lo fece consapevolmente, ma di fatto John Fante scelse per
quelle tre storie un andamento sorprendentemente geometrico: la storia
dello scrittore finisce bene, la storia del cattolico non finisce, resta
bloccata su se stessa, e la storia dell'innamorato finisce male. Per cui
il libro cresce seguendo l'armonico strabismo di un personaggio che
vince pareggia e perde simultaneamente. Se il lettore avrà, ciò
nondimeno, la percezione di un libro profondamente doloroso e
addolorato, è per il modo con cui Fante, più o meno consapevolmente,
distribuì le tre storie nel tessuto del libro. Chiedi alla polvere
inizia raccontando le prime due (dove Bandini vince e pareggia): e lì il
libro cresce nella luce gradevole di un'umanità fragile ma allegramente
indistruttibile.
Con "Chiedi alla polvere" Einaudi Stile Libero inizia la pubblicazione
delle opere di John Fante a cura di Emanuele Trevi. Anticipiamo parte
dell'introduzione di Poi appare Camilla, e il libro viene risucchiato
nella sua vertigine di sconfitta. Negli ultimi capitoli, i successi del
Bandini scrittore e le paludi immobili del suo cattolicume, accompagnano
l'inabissamento di Camilla come scenari sempre più lontani e
inessenziali. Con metamorfosi da insetto, il libro esce dal bozzolo di
un allegro diario giovanile per volare il volo di una adulta disfatta
senza rimedio. Vedi cosa può fare una cameriera messicana...
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La storia del ventenne che sogna di diventare uno scrittore è molto
lineare, semplice e corredata di lieto fine. A chi sia imbarcato in
simili ambizioni, essa regala, nondimeno, alcune utili lezioni. La prima
riguarda il rapporto tra scrivere e denaro. Bandini scrive per fare
denaro: non per esprimersi, non per fare qualcosa di bello, forse
neppure per dimostrare qualcosa a qualcuno. Scrive perché ha fame e
vuole mangiare, perché è solo e vuole donne ricche e profumate, perché
intorno a sé vede Los Angeles e vuole possederla. Molto pragmatico e
molto americano. Non è che le cose, in genere, stiano esattamente così,
ma la connessione tra il gesto dello scrivere e il gesto dell'artigiano
che lavora per campare è un buon punto di partenza. Tutto il resto, se
mai, viene dopo. In questo credo che avesse ragione lui.
Altra bella lezione: scrivere è un'ossessione. Anche qui, non è che le
cose stiano sempre così, ma certo un'assurda propensione a ridurre la
vita a un concept eventualmente buono per un racconto è spesso alla base
dell'ambizione letteraria. "Sono qui per una ragione ben precisa; questi
momenti - il lato brutto della vita - si trasformeranno in altrettante
pagine". Gente così in genere sconta una certa micidiale incapacità a
viverla, la vita, già che è per lo più occupata a copiarla mentalmente e
a dividerla in capitoli. A un certo punto Bandini finisce tra le onde,
davanti alla spiaggia di Santa Monica, e se la vede davvero brutta. Sta
per morire, e probabilmente sta per morire anche Camilla, il suo amore,
scomparsa tra i cavalloni. L'unica cosa che dovrebbe fare sarebbe
trovare un modo di salvare la pelle. "Eppure, anche in quel momento, era
come stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta.
Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo,
sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiungere la costa, sicuro che
non ne sarei uscito vivo".
Chi non capisce una follia del genere ha poche probabilità di campare
facendo lo scrittore. Fante la conosceva, credo, benissimo, e anzi ne
fece la musica su cui ballare tutta la sua vita.
Ultima lezione: il prologo che qui trovate in appendice. Fante voleva
metterlo in testa al libro (prologo, appunto) ma l'editore lo convinse a
lasciar perdere (ed è difficile dargli torto, visto che racconta al
lettore come il libro va a finire...). Fante ci riversò dentro, in forma
piuttosto libera, tutto il materiale autobiografico da cui nasce Chiedi
alla polvere.
La seconda storia, quella del ventenne cattolico che cerca di vivere
nonostante il fatto di essere cattolico, è forse la storia che avrebbe
potuto far diventare Chiedi alla polvere qualcosa di più di una riuscita
commedia tragica. Purtroppo l'arrivo di Camilla e la forza della
conseguente storia d'amore si portano via il libro, e la riflessione
sulle tare di una giovane mente cattolica rimane un enunciato senza
grandi sviluppi. Sarebbe stato bello vederla andare fino in fondo. Già
l'enunciato, comunque, vale la pena. Quello che ha Bandini, di
inesorabilmente cattolico, è l'istinto a interpretare la vita come una
sequenza di colpa e castigo, destinata a ripetersi all'infinito. Quello
che ha Bandini, di inesorabilmente cattolico, è l'odio per un simile
modo di vedere le cose, e un'incapacità assoluta a sottrarvisi. Non so
cosa il pubblico americano di Fante potesse capire di tutto questo
perché se uno non è cresciuto in un paese cattolico non può sapere come
quella geometria da giudizio finale si infili nelle pieghe più recondite
della fantasia, e sopravviva a qualsiasi sincero ateismo. Ma Fante ne
sapeva qualcosa. E la sua ricostruzione del curioso fenomeno è
implacabile, e ironicamente feroce.
Si può dire che nei primi quattro capitoli Bandini non faccia altro che
cercare di essere un bambino cattivo, pensiero fisso di qualsiasi bravo
bambino: va a puttane, poi ruba, poi maltratta a colpi di razzismo una
ragazza che non gli ha fatto niente. Una specie di cammino di formazione
al contrario. Punteggiato, inesorabilmente, da fallimenti: il complesso
di colpa arriva istantaneo, a volte ancor prima di commettere il
peccato, rendendo incapaci di commetterlo. Nel dodicesimo capitolo
Bandini finisce a letto con una donna sbagliata, una donna fragile a cui
non può che fare del male. La usa, insomma. Al mattino si alza dal
letto, esce, e la terra si mette a tremare: terremoto a Los Angeles.
"Ero stato io. Era mia la colpa". Non credo che a un buddista verrebbe
in mente. Neanche a un protestante. A un cattolico sì. "Sei stato tu,
Arturo, e questa è la collera di Dio".
Quel che aveva capito Fante è che una simile incapacità di peccare non
può che esiliare dalla vita. E lo scrisse mirabilmente nel personaggio
di Bandini fino a metà del libro: facendone un tipo umano con una
ossessiva domanda stampata in testa: cosa ci faccio io qui? Ovunque
vada, Bandini vorrebbe andarsene. "Ora che ero qui, sapevo che non sarei
dovuto venire". Si può dire che la scrittura sia l'unico posto in cui si
senta legittimato a dimorare. Il resto del mondo è un posto sbagliato.
Molti anni dopo, sull'altra costa americana, Holden Caufield porterà in
giro, con analoga ironia, lo stesso sordo dolore (senza nemmeno la
panacea della scrittura). Lui sarà però quel che Bandini non riuscì a
essere: un personaggio universale. Perché il suo esilio era l'esilio
dell'umano, che non riconosce la casa che si è costruito: in Bandini, le
radici dell'estraniamento erano più, per così dire, regionali: la
matrice cattolica faceva la parte del leone, e riportava tutto a una
matrice particolare, quasi locale: non era esattamente la storia che i
più riconoscevano. Quella di Holden ce l'avevano tutti in tasca.
Poi arriva Camilla, e in qualche modo, Bandini riassume e semplifica
tutta la sua incapacità di vivere nella sua incapacità di amarla. In un
certo senso smette di lottare. Camilla è il posto sbagliato in cui
decide di restare, senza farsi più domande, esule cronico, vada come
deve andare, come un automa fino in fondo. Ma non è una storia vissuta.
Camilla è il suo esilio definitivo, la resa di qualsiasi ribellione.
Sopravvivono, come tuoni di un temporale in allontanamento, quegli
amplessi falliti, quell'incapacità di fare sesso con lei, quell'impotenza
prevista, attesa, sofferta e odiata. Mi piace che in quei momenti Fante
alzi il piede dall'acceleratore, posi il bisturi con cui stava operando
e scelga eufemismi kitsch pur di non chiamare le cose col loro nome.
"Desiderio senza passione", le chiama. Bisogna avere sangue cattolico
nelle vene per essere capaci di dribbling del genere.
Quanto alla storia d'amore, be', lì c'è poco da dire. Gli era venuta
veramente bene. Tutta sghemba, senza eroi, irrisolvibile, un po'
ambigua, dolorosa. Mi piace che lei sia una di cui si può dire: "A parte
il contorno del viso e il candore dei denti, non era bella". Mi piace
che lui, quando finisce a letto con lei, si prende dei fugoni mentali
che lo portano a chilometri da lì. Che poi la ama da pazzi, ma proprio
non ci riesce a restare lì. "Mi parve di essere diventato di legno,
senza più sentimenti, se non il panico e la sensazione che lei fosse
troppo bella per me, anzi, più bella e salda di me. Mi rese estraneo a
me stesso".
Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare
veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che
riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio, e ti
trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in
quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse
che loro sono lì e ti insegnano i passi i gesti e le parole: e tu,
contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.
Ma poi chissà? Due note sullo stile di Fante, tanto per capire
l'artigiano e il suo gesto. In Chiedi alla polvere Fante usa una lingua
letteraria che conosce sostanzialmente due registri, e li alterna con
sapienza. Il primo è una sua lingua standard, per così dire il
Fante-base: una prosa filante, leggera, senza particolari asprezze
lessicali o sintattiche, pulita, veloce, spesso lubrificata da un humour
dispensato con mano leggera, abilissima. Valga come esempio, l'incipit:
Una sera me ne stavo a sedere nel letto della mia stanza d'albergo, a
Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della
mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O
pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva
infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima
attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.
Se leggi un inizio del genere è immediatamente chiaro che non è Faulkner
quel che stai leggendo. Ma nemmeno Chandler (non aveva quella sobrietà)
o Saroyan (non aveva quello humour) o Steinbeck (sicuramente più
ambizioso) o Hemingway (difficile anche per lui mettere nella prime
righe tutto quello humour). Insomma, la lingua-base di Fante sembra
stare al di qua delle ambizioni di una letteratura spinta, e si assesta
su una sua medietà espressiva da abilissimo artigiano. Scioltezza,
facilità e humour sembrano esserne i tratti distintivi, e in questo
senso, lui sembra piuttosto un anticipatore di quell'aurea leggerezza
che fece la fortuna di Salinger.
Al suo meglio riesce a produrre pagine come quella in cui Bandini arriva
alla reception dell'albergo Alta Loma: ha in borsa il suo primo racconto
pubblicato (Il cagnolino rise) e dietro al bancone trova la signora
Hargraves.
- Ha un lavoro? - mi chiese.
- Faccio lo scrittore, - le risposi. - Guardi un po' qui.
Aprii la valigia ed estrassi una copia della rivista. - L'ho scritto io,
- le dissi. Ero un entusiasta, a quei tempi. - Gliene regalo una copia,
- le dissi. - Aspetti che gliela firmo.
Presi una stilografica dal banco, ma era senza inchiostro e dovetti
intingerla. Mi passai la lingua sulle labbra, pensando a qualcosa di
carino da scrivere. - Come si chiama? - le chiesi. Me lo disse a
malincuore. - Sono la signora Hargraves. Perché? - Ma era un onore
quello che le facevo e non avevo tempo di rispondere alle sue domande,
così scrissi in cima alla prima pagina: "A una donna di fascino
ineffabile, con gli occhi azzurri e il sorriso generoso, l'autore,
Arturo Bandini".
Mi rivolse un sorriso che parve ferirle la faccia, riaprendo vecchie
incrinature che le segnarono la carne arida attorno alla bocca e sulle
guance. - Non tollero i racconti sui cani, - mi disse, imboscando la
rivista. Mi guardò da un punto ancora più in alto, al di sopra degli
occhiali. - Giovanotto, - mi disse. - È messicano, per caso?
Mi indicai e mi misi a ridere.
- Messicano, io? - scossi il capo. - Sono americano, signora Hargraves.
E quello non è un racconto sui cani. Parla di un uomo e non è niente
male. Non c'è nemmeno un cane, lì dentro.
- Non ospitiamo messicani in questo albergo, - insisté.
- Non sono messicano. Il titolo l'ho tratto da una favola. E il
cagnolino rise a vedere un simile spasso.
- E nemmeno ebrei, - concluse. Pagina esemplare. Uno strike perfetto, se
solo la letteratura fosse un bowling.
L'altro registro è un tono, per così dire, da ballata: più libero, meno
disciplinato, quasi "cantato". Generalmente lo humour sparisce e
irrompono toni dal sapore poetico. Le frasi si allungano e si vanno a
cercare un passo e una rotondità musicali. Ballate, in tutto e per
tutto. Non durano mai più di una pagina, una pagina e mezza. Spesso sono
una faccenda lunga dieci righe. Esempio: Che fare allora? Alzerò la
faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi
scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare
l'attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi
ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e
momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata
solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, cadranno ad ammorbidire
le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come
l'amore di qualche fanciulla morta?
Capita d'incontrare simili ballate improvvise, seminate in pagine di
scrittura completamente diversa, anche in Hemingway, in Saroyan, in
Steinbeck. In un certo senso anche gli "Occhi fotografici" di Dos Passos
erano una cosa del genere. Non so, deve essere una perversione degli
americani. Ha qualcosa di ingenuo e vagamente non riuscito. Però se uno
la tagliasse via, semplicemente, chissà che ne sarebbe degli equilibri
interni, e del colore complessivo, e del profilo dei personaggi. Sono
come orchestre, quelle scritture. Hai un bel dire togliamo i tromboni
che il trombone mi fa schifo. Prova...
La
Repubblica, 11 aprile 2004
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