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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 07/05/04

La Morgan Library è uno dei luoghi dove si custodisce la nostra memoria: quando riaprirà sarà un vero e proprio caveau.

NEW YORK - Tutto iniziò con Pierpont Morgan: forse il più famoso banchiere della storia americana. Uno capace di trovare i soldi per salvare gli Stati Uniti dalla bancarotta: lo fece nel 1907. Persona riservata, a quanto pare, appassionato yachtman. Molte operazioni meritorie, qualche problema con l'antitrust. Un mito, per tutti quelli a cui piacciono i soldi. Tra le sue frasi famose (non molte, per altro) brilla
questa: "Se lo devi chiedere non l'avrai mai". Immagino che si riferisse a qualsiasi cosa: il posto auto, il sale a tavola, il mondo. Morì a Roma, che è un bel posto per morire, nel 1913. Per la cronaca, i ricchi cattivi dei western una volta su cinque si chiamano Morgan.

Come tutti i grandi miliardari americani a cavallo tra Otto e Novecento, Morgan, nel tempo libero, faceva il collezionista. Cioè comprava roba carissima (arte e antiquariato) e poi la stipava a casa sua. Sarebbe bello riflettere su questa specie di riflesso nervoso che avevano tutti quei magnati, ma purtroppo qui non c'è lo spazio. Il risultato pratico, comunque, era che tutti questi miliardari, morendo, si lasciavano dietro una scia di opere d'arte dal valore inestimabile. Morgan non fece eccezione. In particolare si lasciò dietro una palazzina in stile rinascimentale fatta costruire di fianco a casa sua, nel cuore di Manhattan: dentro c'erano i suoi libri: eufemismo: decine di migliaia di testi rarissimi, prime edizioni, manoscritti e meraviglie del genere. A donarla agli Stati Uniti fu il figlio, sei anni dopo la sua morte. Da allora quella libreria è aperta al pubblico ed è uno dei luoghi del pianeta terra in cui si conserva la memoria di quello che siamo stati. Si chiama Morgan Library, com'è giusto. Angolo tra Madison Av. e 36a strada. Cuore di Manhattan.


Ora. Quattro anni fa, alla Morgan Library hanno deciso di risistemare un po' le cose. Ampliare la sede e riorganizzare un po' gli spazi. Hanno chiamato Renzo Piano e gli hanno affidato il progetto. C'era soprattutto da sistemare in qualche modo quel tesoro di libri, fogli, carte, incisioni, disegni: trovargli un posto. A Piano è venuto in mente Borges, la biblioteca di Babele, e quell'idea lì di biblioteca infinita. Ha pensato a qualcosa di molto trasparente, in cui ogni libro, per così dire, vedesse tutti gli altri. Forse venisse da tutti gli altri, e procedesse verso tutti gli altri. Un grande scatolone, con dentro quel tesoro di carta e galleggiare tra sguardi che potevano passare ovunque, come un unico grande cuore a pulsare un unico grandioso respiro. Poi ha deciso la cosa per cui sto scrivendo questo articolo: ha deciso che lo scatolone l'avrebbe messo sotto terra. Dentro la terra. Dentro il granito che tiene su Manhattan. Conficcato lì. In una città fatta di grattacieli, lui, la biblioteca, l'avrebbe fatta sotto terra.

Pensa quel buco, ho pensato quando l'ho saputo. Il buco prima che ci costruiscano dentro la biblioteca e tutto. Solo il buco. Metti che ti facciano entrare e tu ti vada a sedere sul fondo del buco. Praticamente saresti nel cuore del cuore del mondo. Così ho telefonato al Renzo Piano Building Workshop.

Mesi dopo mi son trovato seduto in fondo al buco, sotto il cielo grigio, con un elmetto da cantiere in testa e Renzo Piano seduto anche lui lì, come se dovessimo prendere il the. Lui è uno che quando ti spiega le cose che fa, ha sempre l'aria di dire delle cose ovvie. Lo ascolti e ti sembra evidente che anche un bambino avrebbe potuto immaginare il Beaubourg. E che chiunque avrebbe fatto l'Auditorium di Roma in quel modo. Un altro così è Ronconi, per dire. O Baggio. Più quel che fanno è pazzesco, più quando ti raccontano la genesi dell'idea sembra tutto così naturale, logico, inevitabile. Mi sa c he sono così, i veri grandi.

Comunque. Sotto il cielo grigio, Renzo Piano mi ha detto che in fondo gli architetti possono giusto fare due cose, per sfidare la natura: salire in alto, contro la forza di gravità, o scendere in basso, contro la durezza della terra. Poi si è guardato intorno. Questa volta sono sceso in basso, ha detto. Fine. Cioè, mi ha poi detto anche altre cose, ma insomma, il cuore della faccenda era lì, e non c'era niente da aggiungere. Così mi sono tolto l'elmetto e mi son messo a guardare. Era come essere seduti in fondo a una piscina profonda venti metri, solo che i bordi erano di granito e sulle sponde, invece di ombrelloni, c'erano le guglie di New York. Il granito l'hanno tagliato come se fosse burro, sono scesi giù verticali, a filo degli edifici intorno, come manovrando una enorme lama pulita. Per cui adesso tu vedi il grigio rosso della parete messa a nudo: se ne stava lì a dormire, da un'eternità di tempo, e l'ultima cosa che poteva pensare era di essere prima o poi guardata. E invece eccola lì. Fa impressione. Quello è il granito che tiene su New York. E' l'immensa placca di pietra durissima che ha suggerito la follia dei grattacieli e ogni giorno la tiene su. E' il luogo delle fondamenta. E' la forza, e la pazienza, su cui si fonda quello che c'è. E' la terra che ferma la radice, e l'inizio di tutto. E lì, proprio lì, cosa andranno ad appoggiare? Libri. Questo è geniale.

Pensateci. Prendiamo un esempio concreto. Il manoscritto del quartetto di Schubert La morte e la fanciulla. Alla Morgan Library ce l'hanno. O le prime due musiche immaginate da Mozart, bambino, e trascritte dalla mano del
padre: proprio quei due fogli lì. Ce l'hanno. O la carta sui cui Dickens ha scritto Il racconto di natale. Ce l'hanno: con la sua grafia, il suo inchiostro, e l'orma dei suoi occhi. Carta. Su cui è scritto da dove veniamo. E perché siamo così. Mentre il mondo impazza, e aerei ben guidati centrano le torri più alte, voi prendete quella carta, scavate nella terra e l'andate a posare dove tutto comincia, a cercare il riparo delle fondamenta, e la forza dell'inizio, e il nitore di ogni aurora, e l'esordio di vita che è in ogni radice. Non è un gesto qualunque. Non è nemmeno un gesto soltanto architettonico. E' un simbolo, magari involontario, ma un simbolo. Mettere Mozart bambino là sotto è un confessione, e una promessa.

Credo che sia un modo di confessare che abbiamo paura, e sentiamo il bisogno di mettere al riparo quel bambino. Perché sentiamo che la barbarie delle guerra ci fa tornare primitivi e l'accelerata tecnologica ci tramuta in automi futuristici: in mezzo ci sarebbe il tempo continuo e regolare di una crescita umana, ma quelle due forze tirano in direzioni opposte e strappano quel tempo. Il bambino è il filo che tiene ancora insieme i lembi del tessuto che si sta strappando. Magari inconsciamente, ma tutti sappiamo che è quel filo che ci salverà. Allora al riparo, là sotto.

E credo che sia una promessa: un modo di ripromettersi che quei libri, quella carta, quella storia, quel tempo, sono ciò da cui si dovrebbe
ripartire: il fondamento del gesto che ricostruisce un mondo vivibile. Sono le radici, e da lì bisognerebbe ricominciare il quotidiano gesto della creazione. Mi piace pensare che sia proprio Mozart bambino, o il Dickens minuto del Racconto di Natale, o la bellezza fragile di un quartetto di Schubert. C'era lì una piccola idea di uomo, così laica e semplice, così magnificamente imperfetta, che davvero sembrerebbe l'unica possibile rifondazione di un'umanità giusta. Magari sopravvaluto il valore della storia della cultura: ma quella bellezza non è l'unica memoria viva che abbiamo per ricordarci di cosa volevamo essere? Né guerrieri, né santi, né
superuomini: semplicemente, uomini.

Per cui adesso c'è un cantiere, ma prima o poi, probabilmente tra un paio d'anni, ci sarà una biblioteca, in quel buco: Mozart bambino nelle nervature della pietra che tiene in piedi il cuore del mondo. E andarci sarà come andare a visitare un monumento. Sarà come andare a rendere omaggio a un'idea . Madison Avenue, tra la 36a e la 37a. Segnatevi l'indirizzo, per favore.

La Repubblica, 7 maggio 2004