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___ MENU ___ Quegli otto minuti di Natural Born Killers 
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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: n.d.


Una volta i film iniziavano piano. C'era il paese sperduto nel West, la vita di tutti i giorni, chi vive e chi muore, ma insomma, una cosa tranquilla: che poteva durare per sempre. La musica raccontava una serenità inattaccabile, e nel saloon si rideva, si giocava e si faceva l'amore. Poi arrivava uno straniero, che parlava poco e che sparava da dio: e lì il film iniziava davvero, nel senso che si scatenava un putiferio dell'altro mondo. Cose così.


Una volta i film iniziavano piano. Da un po' di tempo gli americani hanno deciso che i film non iniziano: si spegne la luce e loro ti esplodono addosso: come se fossero iniziati mezz'ora prima. Così la prima scena è sempre una sparatoria, un assassinio, una gran scopata, una catastrofe. Poche parole, molta azione. E tensione alle stelle. Una specie di spot del film piazzato all'inizio del film: tutto quello che stai per vedere è già lì, riassunto e compresso.
Lo spot con cui inizia Natural born killers, l'ultimo film di Oliver Stone, dura più o meno otto minuti. Due giovani entrano in una tavola calda, e massacrano tutti i presenti tranne uno: perché possa raccontare quello che ha visto. Sono otto minuti pazzeschi. Non tanto per quel che si vede: per come lo si vede. Inquadrature sghembe, bianco e nero e colori che si alternano, ralenti, sovrapposizioni di immagini, colonna sonora a più strati, frammenti di immagini che apparentemente non c'entrano (un lupo? un falco?), parlato e immagine non a sincrono, inquadrature deformanti, la luce alle volte naturale alle volte teatrale, la voce dei protagonisti assurda. Il tutto senza un percepibile senso logico: come se avessero girato il film in dieci modi diversi e poi l'avessero montato prendendo un'inquadratura qua e una là, a casaccio. Alla fine la tavola calda è un cimitero: e i tuoi nervi si sono fatti un viaggio vertiginoso. Tiri il fiato e ti sembra di aver visto mezzo film: sullo schermo appaiono i titoli di testa. Non è nemmeno iniziato.
Io, quegli otto minuti, sono tornato a vedermeli: diecimila lire, più di mille lire al minuto, ma valeva la pena. Volevo capire: perché lì è riassunto un modo di fare cinema che non è un bel modo o un brutto modo: è un modo diverso, in qualche modo rivoluzionario. E senza sapere bene cosa, mi sembrava chiaro che c'era qualcosa da imparare.
Sono cose complicate, e non è che sia facile comprimerle in un Barnum. Ma comunque: il fatto è che quelli là stanno abbattendo staccati dopo steccati, e stanno squarciando l'orizzonte della narrazione, e sfondando i muri della percezione: e, insomma, riescono a raccontare una storia con una potenza, un'intensità e una ricchezza d'impulsi che è spaventosa. Stanno andando oltre: e non lo fanno mettendo su opere d'arte d'avanguardia, per la libidine di pochi perversi intelligenti: lo stanno facendo con un prodotto popolare, artigianale e culturalmente medio come un film di successo. Dopo lo spot di otto minuti c'è il film che ne dura altri 120: ed è tutto così. La storia che racconta non è nemmeno molto importante, forse è perfino bruttina, un po' scontata: ma come la racconta, questo non è scontato, questo è dinamite, se solo lo si guarda senza moralismi e senza pigrizia intellettuale. Quella è una spettacolarità che non ha paragoni, e che stabilisce una nuova unità di misura: ad essere onesti, bisognerebbe mettersi lì, con santa pazienza, e ritarare tutti i nostri strumenti narrativi. Inventare le ferrovie, quasi duecento anni fa, non cambiò di un metro la distanza tra Liverpool e Londra: ma stravolse l'idea stessa di distanza. I metri erano quelli di sempre, il cervello no. Nessun cervello degno di questo nome esce da Natural born killers uguale a prima.
Sarà ingenuo e sciocco: ma io, uscito da lì, ho pensato a quella cosa strana che è scrivere libri o, peggio ancora, scrivere teatro, e ho visto, nitida, l'immagine di uno in bicicletta che insegue un treno. Pigia sui suoi ridicoli pedali, mentre quello là scompare all'orizzonte, e se non ci fossero le rotaie nemmeno sapresti più dov'è finito. So benissimo che non è così, che un libro può andare più veloce di un film di Stone, ma so anche che scriverlo, un libro così veloce, è maledettamente difficile: e dopo questo film di Stone è, se è possibile, ancora più difficile. Certo, si può far finta di niente e continuare a scrivere belle storie in bella prosa, con l'unità stilistica, la voce narrante, gli aggettivi tutti a posto, il climax a metà, tutte quelle sante cose che fanno il galateo della buona letteratura. Ma a che serve? E soprattutto: chi ha ancora voglia di eccitarsi per quelle cose lì? 
Così sono sceso dalla bici, l'ho posata per terra, e mi sono messo a pensare. Capace che passano cento Barnum prima che mi venga una idea decente. Ma non importa. Sono stufo di pedalare dietro al treno. Ci sarà pur un modo di pedalargli davanti.