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Alessandro Baricco
Data di pubblicazione: 05/93
L'Indice - 1993

Questo libro racconta tre cose: un campionato mondiale di pallastrada, la volgarità imbecille dell'Italia in cui viviamo e la geniale babele dell'epoca in cui sopravviviamo. 
Per raccontare quelle tre cose ne racconta altre mille. 
Per raccontare quelle mille fa esplodere il vocabolario, perché con la lingua di tutti i giorni non ce la farebbe. Uno legge, e immediatamente si trova spedito su un altro pianeta linguistico.
Con quel po' di lucidità che gli resta, capisce - se non è prevenuto - che sta leggendo uno dei libri più importanti scritti da un italiano in questi ultimi anni. 

La Compagnia dei Celestini > Link al sito di Stefano Benni

La pallastrada è uno sport clandestino. Se uno non l'ha mai praticato, mai lo potrà capire davvero. Comunque, Benni ci prova, a spiegarlo. Citando, qua e là, tra il regolamento: "Il campo di gioco può essere di qualsiasi fondo e materiale a eccezione dell'erba morbida, deve avere almeno una parte di ghiaia, almeno un ostacolo quale un albero o un macigno, una pendenza fino al venti per cento, almeno una pozzanghera fangosa. Le porte sono delimitate da due sassi, o barattoli, o indumenti e devono misurare sei passi del portiere. La traversa è immaginaria e corrisponde all'altezza a cui il portiere riesce a sputare. La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte, deve essere o molto più gonfia o molto meno gonfia del normale, e possedere un adeguato numero di protuberanze che rendano il rimbalzo infido. Il passaggio di biciclette, auto, moto e camion non interrompe il gioco, fatta eccezione per le ambulanze e i carri funebri". 
Come si può intuire la pallastrada è per sua intima costituzione ed essenza, sport che fa rima con miseria. Lo si gioca tra le pieghe della realtà, fisicamente e moralmente parlando. In spazi clandestini, del mondo e della mente. Non essendo previsto dall'organizzazione del reale, è per lo più praticato dagli irregolari dell'umanità. Nel libro di Benni sono tutti bambini, e spesso bambini scartati dal sistema. Ragazzini che dall'orlo della vita guardano giù e pensano se è proprio il caso di buttarsi il dentro. Di ragazzini così ce n'è a migliaia. E alle volte hanno anche settant'anni. La pallastrada è, almeno idealmente, il loro sport ufficiale. Quando a raccontarla è Benni, diventa anche il rifugio simbolico e spiritoso dell'utopia, questa vecchia sensazione andata in disuso. È la rivincita rabbiosa di quella parte dell'umanità che non appare nella lista ufficiale degli abbonati al mondo. 
La più bella icona di questo tratto utopico e libertario è tramandata, nel libro di Benni, da una trovata straordinaria: la partita di "facciamo". "Facciamo" è una variante estrema della pallastrada. Vi si ricorre quando la realtà è così smisuratamente carogna che ti impedisce anche di mettere due porte in mezzo a una strada e dare calci a qualcosa di rotondo. Allora le due squadre si mettono una davanti all'altra (5 contro 5) e iniziano: 
- Facciamo che il vostro campo era in salita e noi giocavamo in discesa. 
- Facciamo che era finito il primo tempo zero a zero e si cambiava campo. 
- Facciamo che viene il terremoto che pareggia il campo e si apre un crepaccio e voi cadete dentro e io sto per fare gol. 
- Facciamo che dal fondo del crepaccio viene su un geyser di vapore che a noi ci solleva in alto e a te ti bagna tutto così non puoi più fare gol. 
E così via. 
Perché se la realtà è carogna, non lo sarà mai abbastanza da fermare davvero l'utopia. E se c'era modo di dirlo - che lo capissero tutti - quelle pagine lo dicono. 
Come hanno già osservato in molti, la seconda cosa che questo libro racconta è l'Italia. Ognuno cerca nei libri quello che vuole. Io, francamente, non amo molto i libri che raccontano l'Italia. Nel senso che la si racconta già troppo e dappertutto. E per raccontarla - mi sto convincendo - basta effettivamente uno come Bocca: che bisogno c'è di scomodare la letteratura, la narrativa con la enne maiuscola? L'Italia non è un mistero così raffinato da non poter essere raccontato da un buon giornalista o da un'ora di televisione intelligente. Quindi dai libri - dai Libri - mi aspetto altro. 
L'Italia di Benni però, l'ho amata. Perché mi piace quel che succede nel suo meccanismo di rappresentazione: lui non usa un linguaggio per raccontare la realtà. No. Lui siringa nel linguaggio le scorie della realtà e si trova in mano un linguaggio dopato, che nelle sue escandescenze urla la realtà. Esempi: Berlusconi diventa Mussolardi e vive su un policottero, la Coca Cola, totem onnipresente, diventa Stracola, i poliziotti poliziorchi, Rimini Rigolona Marina, l'Adriatico l'Adrenalio, gli Swatch Spatsch, l'Italia Gladonia, il Papa la Grande Meringa, e così via. Alle volte, per tramandare cose enormi e complicate, basta un tic linguistico da nulla. Gran parte dei personaggi sono presentati così: nome, cognome, aperta parentesi, 'Tesseraloggia 49', chiusa parentesi. La tesseraloggia suona come una specie di secondo cognome. Giulio Fimicoli (Tesseraloggia B 036): detto tutto. In questa sorta di bazar linguistico, Benni racconta poi i vari tic dell'Italia più volgare, ma quella è critica di costume che possono fare in tanti, oggigiorno, e infatti la fanno. Ma coniare una lingua che è nome di uno sfacelo, e non racconto, questa è un'acrobazia che, a questi livelli, ho visto fare solo da Benni. 
E poi racconta la geniale babele del postmoderno. Cioè l'equivalenza, la convivenza, la simultaneità dei materiali più diversi nel medesimo istante di esperienza. In un'unica sensazione. Brandelli di mondo che arrivano da tutte le parti per allestire continue cartoline dell'assurdo. Quasi tutta la prosa di Benni è inventario di queste acrobazie. E il piacere - fisico più che intellettuale - che si prova a leggerla è il piacere di essere sballottati in questo universo senza confini, spediti a casaccio avanti e indietro come biglie tirate da un giocatore pazzo. 
Faccio un esempio minuscolo. Rave party sulla riviera adriatica. Già la musica è tutto un programma. Primo pezzo: un mix di quattro rap con "Helter Skelter" e la "Canzone del salice" nella versione dei Mamma Mettimi Giù. Secondo brano: un rock con scariche di mitra Uzi, "Nessun dorma" e un discorso di Luther King. Biglie impazzite. Ma torniamo all'esempio minuscolo. Irrompono i poliziorchi, al rave, interrompono tutto e setacciano il locale. Risultato della perquisizione: alcune pasticche. "Potevano essere sia Extasi sia Falqui", annota Benni. L'avevo detto: è un esempio minuscolo. Ma rende l'idea. Io non so nemmeno se esiste ancora il confetto Falqui. Ma comunque è un nome che sa di ciliegia, di Carosello, di un signore che dice "basta la parola", di gabinetto. È una sensazione che viene fuori da un mondo di cento anni fa. Quanto all'Extasi, non ho mai avuto il piacere, ma comunque sa di sballo, di giovani esagerati, di anni novanta e di mondo che se ne strafatte del carosello. Sono due schegge che provengono da due universi separati: finiscono a vivere, per un attimo, per il gesto gratuito di uno scrittore, in una stessa pasticca. Uno legge, e ride. Ma la risata non è il fine di quel gesto: è la spia di qualcosa che è successo e che, propriamente, è il vero scopo di quel gesto: farci schizzare in un istante da una parte all'altra dell'universo del reale. Quel preciso "schizzare" come biglie impazzite è, io penso, l'andatura esatta per visitare il nostro tempo. Non ce n'è altre. Se uno scrittore mi prende su e riesce a mettermi sopra quella sorta di ottovolante dell'anima, io gliene sono grato. 
E se rido, non è perché lui è uno scrittore comico. Se rido, è perché lui è un grande scrittore.

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