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Quando
Schnellinger insaccò, un minuto e quaranta secondi dopo lo scadere del
tempo regolamentare, io avevo dodici anni. In una famiglia come la mia
ciò significava che ero a letto, a dormire, già da un bel po'. Allo
stadio Azteca stavano facendo la storia, e io dormivo. Era giugno, il
mese in cui ti spedivano dai nonni, al mare, a farti di biglie e di
focaccia. Mi immagino mio nonno, solo, davanti alla tivu, fulminato,
come Albertosi, dalla palettata di Schnellinger. Dovette succedergli
qualcosa dentro, in quell'istante: forse il complesso di colpa per
avermi negato per sempre quell'emozione; forse, più semplicemente,
pensò che era troppo solo per sopportare tutto quello. Insomma: si
alzò e venne a svegliarmi. L' unica altra volta in cui qualcuno era
venuto a svegliarmi nel pieno della notte per portarmi davanti a un
televisore era poi successo che un uomo aveva messo un piede sulla luna.
Quindi,
quando mi sedetti sul divano, sapevo esattamente che non avrei più
dimenticato. Messico, giugno 1970, semifinale dei mondiali, Italia -
Germania. Per la mia generazione, quella è LA partita: è per la gran
parte di noi è una emozione in piagiama e vestaglia, piedi freddi in
cerca di pantofole, gusto di sonno in bocca e occhi stropicciati. Quel
che di più simile c'è a un sogno.
Lì per lì, la prima cosa che mi rapì fu una stupidata: c'era in campo
Poletti. Poletti era l'unico giocatore del Toro che riuscisse a mettere
la maglia della nazionale, giusto ogni tanto, quando qualcuno si faceva
male. Giocava maluccio, aveva un nome da impiegato e faceva il terzino,
cioè niente di poetico: però era del Toro, e per me era come se
scendesse in campo mio padre. Lì, all'Azteca, mio padre era padre
entrato per sostituire Rosato (un grandissimo, tra parentesi). Passai i
primi minuti a cercarlo anche quando era fuori dall'azione, purché
fosse dentro il televisore. Così lo vidi benissimo quando si mise a
pasticciare orrendamente davanti ad Albertosi, al 94: la palla se ne
rimase lì in mezzo, a due passi dalla porta, come un bambino
dimenticato al supermercato: per Mueller fu uno scherzo metterla dentro,
anche perché era Mueller, cioè un tipo umano che poi avrei incontrato
infinite volte, cioè quello che sta in agguato e poi ti frega, quello
che non lo vedi mai se non nel preciso istante in cui ti sta fregando,
quello che la natura si è inventata per riequilibrare il mondo dopo
aver inventato i Poletti. Colpetto rapinoso, e 2 a 1 per i crucchi.
A quel punto la partita era finita. Riva respirava come se avvesse avuto
l'enfisema, Boninsegna insultava tutti quelli che gli passavano a tiro,
e Domenghini sciabolava dei cross talmente surreali che per ritrovare la
palla dovevano ricorrere ai cani da tartufo. Ontologicamente, la partita
era finita. Martellini lo fece capire, con la morte nel cuore e nella
voce, a tutti i nonni di Italia, e quindi anche al mio: che disse: a
nanna. Mi salvò Burgnich. Cosa ci facesse lui in mezzo all'area
avversaria, al 98, è cosa che un giorno gli vorrei chiedere.
Probabilmente si era perso. Sparò il suo ferro da stiro su una palla
ignobilmente pasticciata da Vogts (Poletten), e insaccò,
incredibilmente, regalando a quella partita un eleganza geometrica
sovrannaturale, 2 a 2, i centravanti ad aprire la ferita e i terzini a
suturarla, Boninsegna-Schnellinger, Mueller- Burgnich, in una splendida
metafora di quello che il calcio è, lo scontro tra gente che cerca di
far accadere cose, gli attaccanti, e gente che cerca di impedire che
cose accadano, i difensori. A ripensarci, era tutto così perfetto che
avrebbero dovuto mollarla lì, tornare a casa e non giocare a calcio mai
più.
Il 3 a 2 fu calcio vero, di quello che non ha bisogno del Poletti di
turno per arrivare al goal. Apertura di Rivera sulla sinistra, non un
centimetro troppo lunga, non un centimetro troppo corta, fughetta di
Domenghini sull'ala, cross non surreale al centro, e palla a Riva: stop,
finta, saluti vivissimi al difensore tedesco, palla sul sinistro, colpo
di biliardo sul paletto lontano, rete. Più che un'azione, un'equazione.
Dove quei tre abbiano trovato la lucidità di risolverla con quella
perfezione dopo 104 minuti di battaglia è cosa che un giorno vorrei
chiedergli. Era calcio ridotto alle sue linee più pure ed essenziali. I
tedeschi non ci capirono niente. Intervistati, avrebbero potuto dire
quello che Glenn Gould diceva del rock: "non riesco a capire le
cose così semplici".
Da
lì in poi è confusione. Non ricordo più nulla, intorno a me, e questo
significa che doveva esserci un gran casino, dentro e fuori casa. E'
strano che io non abbia nemmeno un'immagine in testa di mio nonno che
schizza fuori dalla poltrona e, che so, dà di matto sul balcone
sparando dei vaffanculo tremendi a gente con cui, dall'8 settembre del
'45, aveva qualche conto in sospeso. Niente del genere. Mi spiace,
anche, perché terrei con me volentieri un'immagine di lui felice,
incontrovertibilmente felice, lui che era un uomo così pudico nelle sue
gioie. Eppure tutto, nella memoria, risulta ingoiato da due singole
immagini, che hanno cancellato tutto il resto, come due flash accecanti
che hanno spento tutto, intorno. E in tutt'e due c'è Rivera.
La
prima è lui abbracciato al palo, un istante dopo aver fatto passare un
pallone pizzicato dalla testa di Mueller e spedito proprio dove c'era
lui, sulla linea di porta, lì esattamente per fare quello che però,
all'ultimo, non era riuscito a fare, e cioè interporre un qualsiasi
arto o lombo tra pallone e rete, gesto per cui non era necessaria
nessuna classe, nessun talento, ma giusto la semplice volontà di farlo,
la determinazione di trasformarsi in corpo solido, l'ottuso istinto alla
permanenza che hanno le cose tutte, tutte tranne Rivera su quella linea
di porta, dove vede passare il pallone e guardarlo è tutto, il resto è
un palo abbracciato comicamente e un Albertosi che ti grida dietro
domande senza risposta.
La seconda è l'icona massima di quell'Italia-Germania. Rivera, ancora
lui, completamente solo a centro area, riceve un assist dalla sinistra (Boninsegna)
e tira in porta al volo, di piatto destro. Maier, il portiere tedesco,
un mattocchio che sapeva il fatto suo, è attaccato al palo destro dov'
era andato a chiudere su Bonimba: si aspettava il solito centravanti che
sfonda e poi tiracchia appena vede lo spiraglio; Boninsegna era in
effetti il più classico dei centravanti; una sola cosa era logico che
facesse: tirare. E invece con l'orecchio aveva visto Rivera, là,
olimpico e apollineo, in una radura di magica solitudine nel cuore
dell'area: illogica rasoiata in quel punto, palla nella radura, e Maier
fuori posizione, fatto fuori da un'inopinata incursione della fantasia
nel tessuto di un teorema che credeva di conoscere a memoria. Rivera e
Maier. Tutta la porta spalancata, vuota. Maier lo sa e alla cieca
abbandona il palo e si scaraventa a coprire tutto quello che può di
quel vuoto. Rivera potrebbe affidare al caso la pratica, scaricando sul
pallone la potenza approssimativa del collo del piede, e vada come vada.
Invece sceglie la razionalità. Apre la caviglia (ho visto donne aprire
ventagli senza nemmeno sfiorare quella eleganza), e opta per il colpo di
interno, scientifico, geometrico, magari meno potente, ma nato per
essere esatto: ha un'idea, e per quella idea non gli serve potenza, gli
serve esattezza. E' un'idea fuori dalla portata di un portiere colto
fuori posizione e provvisoriamente consumato dallo sforzo animalesco di
rientrare nella propria tana prima che arrivi il nemico. E' un'idea
perfida e geniale: fregare l'animale in contropiede andando a infilare
il pallone non nel grande vuoto che sta davanti all'animale, ma nel
piccolo vuoto che gli sta dietro: l'unico punto in cui, fisicamente, gli
è impossibile arrivare. In pratica si trattava di tirare addosso a
Maier, fiduciosi nel fatto che lui, nel frattempo, sarebbe finito
altrove. Rivera lo fece. Il pallone passò a quattro dita da Maier: ma
erano come chilometri. Goal. IL goal. Una buona parte dei maschi
italiani della mia generazione conserva la memoria fisica di quel tocco
riveriano appiccicato all'interno del proprio piede destro. Non scherzo.
Noi abbiamo sentito quel pallone, non smetteremo più di sentirlo, ne
conosciamo i più intimi riverberi, ne conosciamo perfettamente il
rumore. E ogni volta che colpiamo di interno destro, è a quel colpo che
alludiamo, e non importa se è una spiaggia, e il pallone è quello
molliccio sfuggito a qualche stupido giocatore di beach-volley, e in
braccio hai un frugolo che pesa dieci chili, e in faccia la faccia di
uno che l'ultimo cross dal fondo l' ha fatto un secolo fa: non importa:
peso sulla sinistra, apertura della caviglia, tac, interno destro:
rispetto, bambini, quello è un colpo che è iniziato trent' anni fa, in
una notte di giugno, pigiami e zanzare.
Perchè
poi tutto questo, chi lo sa. Voglio dire: per quanto bella, era poi solo
una partita. Cosa è successo perché dovessimo mitizzarla così? A dire
il vero non l'ho mai veramente capito. Mi vengono in mente solo due
spiegazioni. Avevamo l'età giusta. Tutto lì. Avevamo l'età in cui le
cose sono indimenticabili. E poi: quella sera, quella partita, l'abbiamo
vinta. Sembra una stupidata, ma sapete qual è la cosa più assurda di
tutta questa faccenda? Che se voi citate a un tedesco quella partita,
magari con un' aria un po' complice, come a condividere un ricordo
pazzesco e perfino intimo, beh, quello quasi non se la ricorda, quella
partita. Cioè, se la ricorda, ma non gli è mai passato per la testa
che fosse qualcosa di più di una partita. Anzi, hanno sempre un po'
l'aria di considerarla una partita stramba, folklorostica, neanche tanto
seria. Non è un mito, per loro. Non è un luogo della memoria. Non è
vita diventata Storia. E' una partita. Tutt'al più ti citano
Beckenbauer che gioca i supplementari con la spalla fasciata e il
braccio bloccato sul petto. Come sarebbe a dire? Tu parli di una cena
pazzesca e loro ti citano le patate lesse? Non scherziamo. Tanto quello
giocava rigido come una scopa anche se non lo fasciavano, sempre lì a
colpire d'esterno, il fighetto, chiedigli un po' notizie di De Sisti,
neanche l'ha visto, per tutta la partita, te lo dico io, ma vattela a
rivedere poi ne riparliamo, altro che Beckenbauer, vattela a rivedere,
tac, interno destro, altro che esterno, comunque per me quella partita
abbiamo incominciato a vincerla al 91, credi a me, no, che c'entra
Schnellinger, dico al 91, adesso tu non te lo ricorderai, ma è lì che
si è deciso tutto, cambio dalla panchina, fuori Rosato, dentro Poletti,
ti dico che lì la partita è girata, ascolta me, vattela a rivedere se
non ci credi... Prego? Ma guarda te, questo non sa nemmeno chi è
Poletti...
La
Repubblica, 10 giugno 2000. |