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Erano i giorni del Papa.
Quello vecchio. I giorni della morte del Papa. E io stavo lì, come
tutti, a seguire la grande messa in scena. La situazione, come si sa,
inclinava a tutta una serie di sentimenti discordanti. Ma con il passare
delle ore iniziò a sembrarmi sempre più chiaro che non io in
particolare, ma tutti, assolutamente tutti, stavamo per essere
sopraffatti da un sentimento più forte degli altri, mica tanto
confessabile, ma adamantino: il fastidio. Eravamo tutti colpiti,
vagamente commossi, ma soprattutto inesorabilmente infastiditi per quel
che stava accadendo: e quello che stava accadendo non era che un papa
moriva, no: quello che stava accadendo era una colata mediatica senza
precedenti, un´invasione allucinante della mono-notizia papale, un
distruttivo tsunami dell´informazione, anzi di una informazione. Piaccia
o no, la vera reazione che ha accomunato tutti, in quei giorni, credenti
e laici, buoni e cattivi, è stata il pensare che si stava esagerando.
Che, davvero, tutto quello era troppo. |
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Quando arrivi a Skysport e
trovi Porrà, e Porrà sta parlando del Papa, allora è troppo.
Poi magari la gente lo diceva a mezza voce, perché le spiaceva sputare
sul presepe: ma lo pensava, e senza esitazioni. Si stava esagerando.
Quando ho sentito esporre il concetto dal conduttore di una di quelle
radio della capitale che parlano solo, 24 ore al giorno, di Roma e di
Lazio, ho capito che si stava formando un colossale ingorgo
intellettuale: quella è gente che può passare tre giorni a discutere e
dissezionare una frase di Cassano: eppure perfino a loro pareva troppo
quello che si stava facendo sul Papa. Cosa diavolo stava succedendo? Da
che parte stava, ormai, l´intelligenza?
E intanto il grande racconto mediatico alluvionava qualsiasi spazio e
tempo, partorendo a ritmo sempre più elevato domande senza risposte e
paradossi logici. Più erano le ore papali di televisione più si
allungava la coda, da piazza San Pietro lungo il Tevere:
comprensibilmente, perché ogni ora televisiva moltiplicava il mito. E
più si allungava la coda più si allungavano le ore papali in
televisione: comprensibilmente, perché più lunga era la coda più la
notizia diventava clamorosa. Sì, ma qual era l´inizio di tutto: la tivù
o la coda? Voglio dire: quel era la cosa vera? Cos´è che effettivamente
era accaduto: che tanta gente era in coda, o che i media avevano messo
su un mito? O tutt´e due? Mah. E così passeggiavi lungo la grande coda,
come allo zoo, cercando di capire. Con una domanda in testa: sarebbe una
coda così lunga se non fosse una coda così lunga? Voglio dire: quanti di
quelli non sarebbero mai venuti se quella coda fosse stata una coda
normale? Qual è il punto in cui la lunghezza naturale di una coda inizia
a generare un gigantismo derivato dal suo essere un evento? Dove
iniziava la parte artificiale di tutto quello che stavamo vivendo? O
anche: c´era ancora qualcosa, là dentro, che non fosse artificiale? O
addirittura: non è che in questa follia stava morendo la distinzione
stessa tra naturale e artificiale?
Non ne uscivi. Quando iniziavi a chiederti "cos´era vero" finivi in una
palude senza fine. E a ben pensarci, ecco, quello era il punto: l´aver
smarrito in modo così plateale la linea di demarcazione tra realtà e
racconto. Di per sé l´alluvione mediatica l´avresti anche sopportata: ma
il fatto era che quella alluvione generava una sbornia collettiva dove
anche le più elementari regole di confronto con la realtà andavano
allegramente a farsi benedire. E così se ne sentivano di tutti i colori.
"Il papa è stato un rivoluzionario, ha rivoluzionato tutto ciò che ha
toccato", dice il ragazzotto intervistato in piazza San Pietro. Così,
d´acchito, nel gran sciroppo che dura da ore, ascolti e ti sembra
normale. Sensato. Non ci fai caso. Però se ti capita di ripensarci,
magari mentre fai altro, il giorno dopo, allora, d´improvviso, quel che
ti chiedi è: ma che cavolo sta dicendo? Wojtyla, un rivoluzionario. Ma è
vero? La missione del papa era quella di regnare sulla Chiesa. Bene. Si
può dire che in questo suo peculiare compito lui abbia rivoluzionato
qualcosa? Io ho fatto in tempo a vedere cosa significa rivoluzionare la
Chiesa. Ero piccolo, ma me ne sono accorto quando hanno girato gli
altari, quando i preti hanno iniziato a parlare la mia lingua, a dare
l´ostia in mano e confessare la gente guardandola negli occhi. Posso
assicurare che quella sì era una rivoluzione. Non sono un vaticanista,
ma se dovessi dire l´impressione che 27 anni di papato wojtyliano mi
hanno lasciato, allora potrei dire molte cose ma una certamente non la
direi: che è stato un rivoluzionario. Può darsi che rivoluzionario sia
stato il modo in cui Wojtyla ha interpretato e comunicato la figura del
Papa. Va bene. Ma non era lì per fare quello. Non era il pierre della
Santa Sede. Era il pastore di una moltitudine: da quello, va giudicato.
Non ce l´ho con il ragazzo di Piazza San Pietro. Ce l´ho con il modo di
fare: se una battuta è coerente alla sceneggiatura (Karol il grande)
poco importa se è demenziale: diventa sensata, e legittima. Con tanti
saluti al confronto con la realtà. Con lo stesso spirito milioni di
persone hanno assistito alla scena madre dell´Imperatore che si
inginocchia davanti al Papa. Due generazioni di Bush - gente che
considera la guerra un modo di fare la politica, e regolarmente la
pratica - si inginocchiano davanti a un uomo che ha detto senza
sfumature, e a nome di Dio, che la guerra è il male assoluto. Non una
cosa da evitare, o una spiacevole marachella: il male assoluto. Se in
quei giorni avessimo conservato anche solo una briciola di senso del
reale, la scena ci sarebbe parsa vertiginosamente assurda. Completamente
scissa dalla realtà delle cose. Era una scena impossibile. Ma come scena
del Grande Film ci è perfino piaciuta. Eravamo commossi. Spaventoso, a
ben pensarci.
Mi spiace cadere nel più logoro dei luoghi comuni giornalistici, ma
insomma, mentre passava l´alluvione papale, un giorno mio figlio, sei
anni, mi chiede, sintetico: "Ma perché ti emozioni se tanto non credi
che Dio esiste?" Non vorrei creare delle illusioni: i bambini sono
ignoranti e dicono un sacco di boiate. Però qualche volta hanno il dono
della sintesi. E vedono le cose da un´angolatura assurda, e quindi
privilegiata. Per giorni mio figlio, a cui è toccata in sorte una
famiglia laica, si deve esser chiesto come mai fosse così importante
quel che aveva detto e fatto un uomo che, a quanto gli risultava, era
uno che credeva nel Grande Cocomero. Giro la domanda all´intelligentsia
laica. Io lì per lì, ho solo trovato questa risposta:
"Che c´entra?, anche tu ti emozioni per Spiderman, ma mica credi che
esista!"
E mentre lo dicevo, capivo che era un segno di resa, era l´ammissione
dello svacco planetario, la tardiva spiegazione di tutto ciò che era
accaduto intorno a noi per giorni: era solo un film, piccolo. Era il
gran finale di una storia durata ventisette anni e scritta in tutte le
lingue del mondo. Nel suo genere, il best seller del secolo.
Non so, francamente, se poi le cose stiano esattamente così.
Probabilmente la faccenda è più complessa: ma resto dell´idea che negli
ultimi anni, in almeno due occasioni, il sistema di equilibrio tra
realtà e narrazione della realtà è andato in tilt, ha avuto come
un´ischemìa: quando quei due aerei sono entrati nelle Twin Towers, sullo
sfondo di quel blu assolato new yorkese, e quando milioni di persone
hanno fatto code di ore per andare a fotografare, col telefonino, il
cadavere del Papa. Un´ischemìa, dico: per un attimo non c´era più
niente, non c´era più differenza fra realtà e racconto, originale e
copia, contenuto e messaggio. Non c´era origine e scopo, ma solo evento.
Poi il corpo si riprende, ed eccoci qui a ragionarci su. Ma, in quel
momento: tutto nero e basta.
Quando ti prendono scrolloni di quel tipo, di solito, mentre barcolli,
ti aggrappi a qualcosa di stabile, di fermo. Mentre il Papa moriva in
quel modo là, a me è venuta una voglia illogica di cose vere: qualcosa
che avesse la stabilità pietrosa delle cose vere. Mi è venuto da entrare
in una chiesa, qualunque, una chiesa che nessuno stesse raccontando, e
guardarla, e appurare che esistesse ancora. Ho anche pensato che, in
certo modo, c´era un gran bisogno che qualcuno lo facesse, a nome di
tutti: si defilasse dal Grande Racconto e facesse un pellegrinaggio alle
cose vere. Mica per capire chissà che: solo per una norma igienica, per
risciacquare la mente, per ripristinare un certo equilibrio ecologico
nell´indice del mondo. Poteva essere un´idea sciocca, e magari lo è:
però quando ne ho parlato agli altri scrittori della Fandango (erano
quelli che avevo più a portata di mano) mi sono accorto che la capivano
perfettamente, e anzi che ce l´avevano in testa anche loro, e da un
sacco di tempo. Così abbiamo deciso di farlo. Molto semplicemente: siamo
andati in sette posti della Chiesa, posti reali, fatti di muri e facce,
posti che non sono notizie ma posti, e abbiamo scritto quel che abbiamo
visto, e sentito. Ripeto: non è per spiegare la Chiesa, o per capire
alcunché: e non sono reportages o inchieste: è come quando sono giorni
che il vicino di casa non lo senti più, e allora magari ti preoccupi un
po´, e allora scavalchi lo steccato del giardino, e arrivi a spingere la
porta di casa, e chiedendo permesso a voce alta vai a vedere. Non è per
capirlo, o per scoprire chissà che: è solo per essere sicuro che c´è
ancora.
Insomma, siamo usciti da casa, e siamo andati a vedere. Ci mancava un
po´ la realtà. Ammesso che esista ancora. Chi vorrà potrà leggere, da
oggi, quello che abbiamo visto. Di questi tempi, se sei uno scrittore,
forse è poco più del tuo sguardo quello che puoi offrire come resistenza
al mondo che va.
Comunque, tranquilli: si era solo addormentato davanti alla tivù. Il
vicino, dico.
La
Repubblica, 30 aprile 2005
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