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Gli scorsi 16, 17 e 18 gennaio Alessandro Baricco ha tenuto al Teatro Palladium di Roma tre lezioni intitolate "Leggendo Benjamin", dedicate a Walter Benjamin, critico e filosofo, ebreo, morto suicida nel 1940 a soli 48 anni. L’opera presa in considerazione da Baricco (con particolare riferimento al tema del narrare) è stato l’Angelus Novus, una raccolta di scritti e ricordi che risalgono al 1936.

Qui sono disponibili due recensioni dell'evento:
> ScienzedellaComunicazione.com
> Raramente.net

Alle tre lezioni ha partecipato un'utente della mailing list di OceanoMare, Laura V., che è l'autrice della galleria fotografica qui pubblicata, e che ha gentilmente accettato di condividere con noi i suoi 'appunti' delle lezioni tenute da AB:

 

"Angelus Novus" (il titolo della raccolta di saggi di Benjamin da cui è tratto quello sul narrare che ha letto Alessandro Baricco), è l’angelo che loda Dio, non fa altro che lodare Dio e lodando Dio consuma tutto se stesso.

Il NARRATORE non è presente nella sua attività, è qualcosa di già remoto che continua ad allontanarsi.
E' come se fossimo privi di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.

La causa profonda di questo è che le "azioni" dell'esperienza sono cadute. Con la guerra mondiale (la prima) si è innestato un processo che non si è più arrestato, a cominciare dal fatto che la gente tornava dal fronte "ammutolita", priva di esperienze da raccontare.

Lo stacco provocato dalla grande guerra causa una rottura irreversibile, dopo niente potrà più essere come era prima (la paragona, per chi la ha vissuta al nostro 11 settembre).

Tutto quello che nei dieci anni successivi si sarebbe riversato nei libri di guerra era stato tutto tranne che esperienza passata di bocca in bocca.

L'esperienza passata di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i NARRATORI.

E fra quelli che hanno scritto le loro storie, i più grandi sono quelli la cui scrittura si distingue meno dalla voce degli INFINITI NARRATORI ANONIMI. Questi sono di tre tipi (complementari tra loro): il primo  il mercante navigatore, il narratore che viene da lontano, che ha viaggiato molto; il secondo è colui che, "vivendo onestamente", è rimasto nella sua terra e ne conosce le storie e le tradizioni (incarnato dalla figura dell'agricoltore sedentario); il terzo è il commerciante, simile al mercante navigatore per certi aspetti, ma stanziale come l’agricoltore perché lavora nella sua bottega. 

La vera narrazione implica, apertamente o meno, un utile, un vantaggio, che può consistere in una morale, in una istruzione di carattere pratico, in un proverbio, in una norma di vita...in ogni caso il narratore è "persona di consiglio" per chi la ascolta.

Consiglio, cucito nella stoffa della vita è saggezza.

La saggezza è il lato epico della verità. La narrazione volge al tramonto perché il lato epico della verità viene meno. C’è differenza tra sapere e saggezza, quest'ultima comporta la componente dell'esperienza. 

Il primo segno del processo di declino che porterà alla scomparsa della narrazione è la nascita del romanzo.

La NARRAZIONE è fatta di oralità, di esperienza passata di bocca in bocca, è un sapere che viene fuori dal vivere, è la trasmissione del sapere attraverso la storia.

Di contro il ROMANZO è strettamente legato al libro. Il romanziere è senza consiglio e  non può darne ad altri, non crede che la narrazione sia un valore, non crede che l'esperienza sia un valore. Il romanziere è qualcuno che si è tirato in disparte, ha interrotto l'anello della narrazione.

La narrazione cementa una comunità, al contrario del libro che implica solitudine.

Il lettore di romanzo è solo, più solo d qualsiasi altro lettore. Il romanzo è privo di consiglio. Al contrario, chi ascolta una storia è in compagnia del narratore.

La musa della narrazione è la memoria.

La memoria che genera il romanzo è la memoria interiore, è ciò che sale in superficie della coscienza, generato dal ritorno di una esperienza propria o di altri. E' un uomo che illumina un pezzo del reale.

Non è la stessa memoria che genera l'Iliade, quella era una memoria collettiva, era vera narrazione. 

Il lettore di romanzo cerca uomini in cui leggere il "senso della vita", e deve quindi, in un modo o nell'altro, essere certo in anticipo di assistere alla morte di questi uomini, o quantomeno alla fine del romanzo.

Il lettore di romanzo di fondo cerca un'immagine che dia unità alla parabola, e questo significa cercare il senso della vita, una unità che dia senso a tutto questo caos. Che poi è quello che cerchiamo nella vita di tutti i giorni. E' la stessa cosa che facciamo nella nostra vita, nel romanzo lo facciamo proiettando il tutto nella vita di un altro.

L'epica, la narrazione, cercava la morale della storia.

Il romanzo cerca il senso della vita, non di tutte le vite, ma di quella lì, di quella raccontata.

Il romanzo deve finire, il lettore deve essere certo di assistere alla sua fine.

La narrazione è destinata a non finire mai.

Rispetto alla narrazione il romanzo è una deviazione di percorso, anche se viene da essa. 

Una delle cose più lente nel processo evolutivo dell'uomo è stata la modificazione del suo modo di narrare.

Successivamente al romanzo si è fatta largo una nuova forma di comunicazione che si oppone alla narrazione ed è l'informazione.

Tutto ciò che accade, mentre prima sprigionava narrazione, ora confluisce nell'informazione.

In passato la narrazione era l'informazione.

L'informazione ha la caratteristica di dover necessariamente apparire plausibile, infatti se non è verosimile viene presa per una storia e non per informazione. Questo è inconciliabile con lo spirito del racconto.

E nonostante siamo costantemente bombardati di informazioni, difettiamo di storie singolari e significative. Questo accade perché gli eventi che ci raggiungono sono tutti infarciti di spiegazioni.

"E' infatti già metà dell'arte di narrare, lasciare libera una storia, nell'atto di riprodurla, da ogni tipo di spiegazioni".

"La narrazione, che non si consuma, ma conserva la sua forza concentrata, può svilupparsi ancora dopo molto tempo... Somiglia ai chicchi di grano che sono rimasti ermeticamente chiusi per millenni nelle celle delle piramidi che hanno conservato fino ad oggi la loro forza germinativa".

Cosa voleva insegnare Benjamin? Che in nessun modo la soluzione è tornare ad essere Omero.

Karl Kraus disse che "L'origine è la meta". 

Noi abbiamo come obiettivo di prendere con noi “l'origine”, dobbiamo riacquistare il senso dell'origine, il senso che in noi pulsa la storia e dobbiamo trovare questa origine (un pò come l'etimologia delle parole).

Noi portiamo scritto dentro il narratore, veniamo da lì.

Il narratore originario era un narratore orale, e nella scrittura si è conservato tutto ciò che il narratore diceva (anche qui l'origine è la meta).

Scrivendo ereditiamo quel patrimonio di tecnica e lo traduciamo in un gesto nuovo. Da qui l'osservazione che lo stile è la scelta di una distanza.

Anche se oggi i libri non vengono scritti per portare consiglio, noi veniamo da chi narrava per portare consiglio. 

"Non c'è nulla che assicuri più efficacemente le storie alla memoria della concisione che le sottrae all'analisi psicologica. Quanto più è naturale in chi narra la rinuncia la chiaroscuro psicologico, tanto maggiore è il suo diritto a un posto nella memoria di chi lo ascolta"...il fiume della narrazione.

Dice Benjamin che le idee sono come le costellazioni del cielo: le vedi meglio se socchiudi un pò gli occhi. E non vedi niente se cerchi di guardarle con gli occhi spalancati.

Nella civiltà dell'artigianato il tempo “non contava” e scorreva molto più lentamente di oggi. E' in questo mondo che nasce la narrazione. Il racconto recava il segno del narratore proprio perché era un lavoro artigianale. La narrazione era un lavoro artigianale, e lo scrivere un “mestiere”. Artigianale inteso come qualcosa che è fatto non a prescindere da chi lo fa, ma che reca un segno proprio di chi lo ha fatto. In questo senso lo scrivere è un mestiere (nel senso artigianale). 

Un'altra differenza con quel mondo è la diversa concezione dell'eternità e della morte che abbiamo oggi. Nella coscienza comune l'idea della morte perde progressivamente la sua onnipresenza. La morte che era,nella vita del singolo, un evento pubblico e sommamente esemplare, viene espulsa dal mondo percettivo dei viventi. Prima non c'era casa, non c'era quasi stanza in cui non fosse morto qualcuno. Ora si è arrivati al punto di riuscire ad evitare la vista dei morenti. Ma "sta di fatto che non solo il sapere o la saggezza dell'uomo, ma soprattutto la sua vita vissuta - che è la materia da cui nascono le storie - assume forma tramandabile solo nel morente. Come, allo spirare della vita, si mette in moto, all'interno dell'uomo, una serie di immagini - le vedute della propria persona in cui ha incontrato se stesso senza accorgersene -, così l'indimenticabile affiora d'un tratto nelle sue espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava un'autorità che anche l'ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all'origine del narrato".

La morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare. Dalla morte egli attinge la sua autorità.

Abbiamo perso il momento più alto di comunicazione di una vita. Silenzio davanti al morente significa silenzio davanti alla narrazione.

Il primo e vero narratore rimane quello di fiabe. Infatti, dove il consiglio era più difficile, la fiaba sapeva indicarlo. La fiaba ci informa delle prime disposizioni prese dall'umanità per scuotere l'incubo che il mito le faceva gravare sul petto.

Emerge la figura del GIUSTO, un uomo che ha un rapporto con la realtà e con la vita molto elementare (lo scemo del villaggio, l'ingenuo della situazione), che è in rapporto diretto con i più umili. I giusti sono le figure che si stringono intorno al narratore. Il giusto è il portavoce della creatura (visto che il contenuto del narrato è il creato) e insieme la sua più alta incarnazione. 

L'origine è la meta: tutta l'Odissea si può ricondurre a questa frase. La meta di Ulisse è la sua casa.

Il narratore è Itaca per noi, è il punto da cui veniamo e in cui stiamo cercando di tornare, anche se non ci torneremo mai.

Nulla potrebbe essere più sciocco che vedere nel processo che ha espulso la narrazione solo un "fenomeno di decadenza", esso è un accompagnamento di forze produttive storiche, secolari, che ha espulso a poco a poco la narrazione dall’ambito del parlare vivo e manifesta insieme, in ciò che svanisce, una nuova bellezza. Noi siamo la nuova bellezza.

Paul Valéry disse che l'osservazione artistica può toccare una profondità quasi mistica. Quando un artista guarda l'oggetto con cui lavora, quell'oggetto perde il proprio nome e nessun nome è più sufficiente per definirlo. Ombre e luci formano sistemi, presentano problemi completamente speciali, perchè li guarda l'artista (nel senso di artigiano).

Acquistano la loro esistenza solo da alcuni accordi singolari fra l'anima, l'occhio e la mano di chi è nato per coglierli in sè e per produrli in se stesso.

Anima, occhio e mano: questa triade è il cuore dell'esperienza del narratore. Tutti e tre insieme sono il gesto dell'artista.

Il compito del narratore è proprio quello di lavorare la materia prima delle esperienze - altrui e proprie - in modo solido, utile e irripetibile. E' una lavorazione di cui può dare idea il proverbio se lo si considera come ideogramma di un racconto. "Si potrebbe dire che i proverbi sono rovine di antiche storie, e in cui, come l'edera intorno a un resto di muro, una morale si avvolge intorno a un gesto".

Il narratore deve compiere questo gesto in modo solido, utile e irripetibile. Il narratore racconta storie solide, utili e irripetibili. Utile perché il gesto del narrare in origine era un gesto di utilità sociale, era la risposta a uno dei bisogni della comunità; irripetibili nel senso che non ripeteranno mai più TE, la tua mano, il tuo occhio, la tua anima.

Il narratore ha il compito di riuscire ad estrarre da sè l'irripetibile che è in lui.

Questa irripetibilità che illumina in avanti e indietro, futuro e passato rispetto al narratore.

Così considerato il narratore entra tra i maestri e i saggi. Egli ha consiglio. Il suo talento è la sua vita, la sua dignità quella di saperla narrare fino in fondo.

Il NARRATORE è la figura in cui il GIUSTO incontra se stesso.