|
"Angelus Novus"
(il titolo della raccolta di saggi di Benjamin da cui è tratto
quello sul narrare che ha letto Alessandro Baricco), è l’angelo che
loda Dio, non fa altro che lodare Dio e lodando Dio consuma tutto se
stesso.
Il
NARRATORE non è presente nella sua attività, è qualcosa di già
remoto che continua ad allontanarsi.
E' come se fossimo privi di una facoltà che sembrava inalienabile,
la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.
La causa
profonda di questo è che le "azioni" dell'esperienza sono cadute.
Con la guerra mondiale (la prima) si è innestato un processo che non
si è più arrestato, a cominciare dal fatto che la gente tornava dal
fronte "ammutolita", priva di esperienze da raccontare.
Lo stacco
provocato dalla grande guerra causa una rottura irreversibile, dopo
niente potrà più essere come era prima (la paragona, per chi la ha
vissuta al nostro 11 settembre).
Tutto quello
che nei dieci anni successivi si sarebbe riversato nei libri di
guerra era stato tutto tranne che esperienza passata di bocca in
bocca.
L'esperienza
passata di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i
NARRATORI.
E fra quelli
che hanno scritto le loro storie, i più grandi sono quelli la cui
scrittura si distingue meno dalla voce degli INFINITI NARRATORI
ANONIMI. Questi sono di tre tipi (complementari tra loro): il primo
il mercante navigatore, il narratore che viene da lontano, che ha
viaggiato molto; il secondo è colui che, "vivendo onestamente", è
rimasto nella sua terra e ne conosce le storie e le tradizioni
(incarnato dalla figura dell'agricoltore sedentario); il terzo è il
commerciante, simile al mercante navigatore per certi aspetti, ma
stanziale come l’agricoltore perché lavora nella sua bottega.
La vera
narrazione implica, apertamente o meno, un utile, un vantaggio, che
può consistere in una morale, in una istruzione di carattere
pratico, in un proverbio, in una norma di vita...in ogni caso il
narratore è "persona di consiglio" per chi la ascolta.
Consiglio,
cucito nella stoffa della vita è saggezza.
La saggezza è
il lato epico della verità. La narrazione volge al tramonto perché
il lato epico della verità viene meno.
C’è differenza tra sapere e saggezza, quest'ultima comporta la
componente dell'esperienza.
Il primo segno
del processo di declino che porterà alla scomparsa della narrazione
è la nascita del romanzo.
La
NARRAZIONE è fatta di oralità, di esperienza passata di bocca in
bocca, è un sapere che viene fuori dal vivere, è la trasmissione del
sapere attraverso la storia.
Di contro il
ROMANZO è strettamente legato al libro. Il romanziere è senza
consiglio e non può darne ad altri, non crede che la narrazione sia
un valore, non crede che l'esperienza sia un valore. Il romanziere è
qualcuno che si è tirato in disparte, ha interrotto l'anello della
narrazione.
La narrazione
cementa una comunità, al contrario del libro che implica solitudine.
Il lettore di
romanzo è solo, più solo d qualsiasi altro lettore. Il romanzo è
privo di consiglio. Al contrario, chi ascolta una storia è in
compagnia del narratore.
La musa della
narrazione è la memoria.
La memoria che
genera il romanzo è la memoria interiore,
è ciò che sale in superficie della coscienza, generato dal ritorno
di una esperienza propria o di altri. E' un uomo che illumina un
pezzo del reale.
Non è la
stessa memoria che genera l'Iliade, quella era una memoria
collettiva, era vera narrazione.
Il lettore di
romanzo cerca uomini in cui leggere il "senso della vita", e deve
quindi, in un modo o nell'altro, essere certo in anticipo di
assistere alla morte di questi uomini, o quantomeno alla fine del
romanzo.
Il lettore di
romanzo di fondo cerca un'immagine che dia unità alla parabola, e
questo significa cercare il senso della vita, una unità che dia
senso a tutto questo caos. Che poi è quello che cerchiamo nella vita
di tutti i giorni. E' la stessa cosa che facciamo nella nostra vita,
nel romanzo lo facciamo proiettando il tutto nella vita di un altro.
L'epica, la
narrazione, cercava la morale della storia.
Il romanzo
cerca il senso della vita,
non di tutte le vite, ma di quella lì, di quella raccontata.
Il romanzo
deve finire, il lettore deve essere certo di assistere alla sua
fine.
La narrazione
è destinata a non finire mai.
Rispetto alla
narrazione il romanzo è una deviazione di percorso, anche se viene
da essa.
Una delle cose
più lente nel processo evolutivo dell'uomo è stata la modificazione
del suo modo di narrare.
Successivamente al romanzo si è fatta largo una nuova forma di
comunicazione che si oppone alla narrazione ed è l'informazione.
Tutto ciò che
accade, mentre prima sprigionava narrazione, ora confluisce
nell'informazione.
In passato la
narrazione era l'informazione.
L'informazione
ha la caratteristica di dover necessariamente apparire plausibile,
infatti se non è verosimile viene presa per una storia e non per
informazione. Questo è inconciliabile con lo spirito del racconto.
E nonostante
siamo costantemente bombardati di informazioni, difettiamo di storie
singolari e significative. Questo accade perché gli eventi che ci
raggiungono sono tutti infarciti di spiegazioni.
"E' infatti
già metà dell'arte di narrare, lasciare libera una storia, nell'atto
di riprodurla, da ogni tipo di spiegazioni".
"La
narrazione, che non si consuma, ma conserva la sua forza
concentrata, può svilupparsi ancora dopo molto tempo... Somiglia ai
chicchi di grano che sono rimasti ermeticamente chiusi per millenni
nelle celle delle piramidi che hanno conservato fino ad oggi la loro
forza germinativa".
Cosa voleva
insegnare Benjamin? Che in nessun modo la soluzione è tornare ad
essere Omero.
Karl Kraus
disse che "L'origine è la meta".
Noi abbiamo
come obiettivo di prendere con noi “l'origine”,
dobbiamo riacquistare il senso dell'origine, il senso che in noi
pulsa la storia e dobbiamo trovare questa origine (un pò come
l'etimologia delle parole).
Noi portiamo
scritto dentro il narratore, veniamo da lì.
Il narratore
originario era un narratore orale, e nella scrittura si è conservato
tutto ciò che il narratore diceva (anche qui l'origine è la meta).
Scrivendo
ereditiamo quel patrimonio di tecnica e lo traduciamo in un gesto
nuovo. Da qui l'osservazione che lo stile è la scelta di una
distanza.
Anche se oggi
i libri non vengono scritti per portare consiglio, noi veniamo da
chi narrava per portare consiglio.
"Non c'è nulla
che assicuri più efficacemente le storie alla memoria della
concisione che le sottrae all'analisi psicologica. Quanto più è
naturale in chi narra la rinuncia la chiaroscuro psicologico, tanto
maggiore è il suo diritto a un posto nella memoria di chi lo
ascolta"...il fiume della narrazione.
Dice Benjamin
che le idee sono come le costellazioni del cielo: le vedi meglio se
socchiudi un pò gli occhi. E non vedi niente se cerchi di guardarle
con gli occhi spalancati.
Nella civiltà
dell'artigianato il tempo “non contava” e scorreva molto più
lentamente di oggi. E' in questo mondo che nasce la narrazione. Il
racconto recava il segno del narratore proprio perché era un lavoro
artigianale. La narrazione era un lavoro artigianale, e lo
scrivere un “mestiere”. Artigianale inteso come qualcosa che è
fatto non a prescindere da chi lo fa, ma che reca un segno proprio
di chi lo ha fatto. In questo senso lo scrivere è un mestiere (nel
senso artigianale).
Un'altra
differenza con quel mondo è la diversa concezione dell'eternità e
della morte che abbiamo oggi. Nella coscienza comune l'idea
della morte perde progressivamente la sua onnipresenza. La morte che
era,nella vita del singolo, un evento pubblico e sommamente
esemplare, viene espulsa dal mondo percettivo dei viventi. Prima non
c'era casa, non c'era quasi stanza in cui non fosse morto qualcuno.
Ora si è arrivati al punto di riuscire ad evitare la vista dei
morenti. Ma "sta di fatto che non solo il sapere o la saggezza
dell'uomo, ma soprattutto la sua vita vissuta - che è la materia da
cui nascono le storie - assume forma tramandabile solo nel morente.
Come, allo spirare della vita, si mette in moto, all'interno
dell'uomo, una serie di immagini - le vedute della propria
persona in cui ha incontrato se stesso senza accorgersene -,
così l'indimenticabile affiora d'un tratto nelle sue espressioni e
nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava
un'autorità che anche l'ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi
che lo circondano. Questa autorità è all'origine del narrato".
La morte è la
sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare. Dalla morte
egli attinge la sua autorità.
Abbiamo perso
il momento più alto di comunicazione di una vita. Silenzio davanti
al morente significa silenzio davanti alla narrazione.
Il primo e
vero narratore rimane quello di fiabe. Infatti, dove il consiglio
era più difficile, la fiaba sapeva indicarlo. La fiaba ci informa
delle prime disposizioni prese dall'umanità per scuotere l'incubo
che il mito le faceva gravare sul petto.
Emerge la
figura del GIUSTO, un uomo che ha un rapporto con la realtà e
con la vita molto elementare (lo scemo del villaggio, l'ingenuo
della situazione), che è in rapporto diretto con i più umili. I
giusti sono le figure che si stringono intorno al narratore. Il
giusto è il portavoce della creatura (visto che il contenuto del
narrato è il creato) e insieme la sua più alta incarnazione.
L'origine è la
meta: tutta l'Odissea si può ricondurre a questa frase. La meta di
Ulisse è la sua casa.
Il narratore è
Itaca per noi, è il punto da cui veniamo e in cui stiamo cercando di
tornare, anche se non ci torneremo mai.
Nulla potrebbe
essere più sciocco che vedere nel processo che ha espulso la
narrazione solo un "fenomeno di decadenza", esso è un
accompagnamento di forze produttive storiche, secolari, che ha
espulso a poco a poco la narrazione dall’ambito del parlare vivo e
manifesta insieme, in ciò che svanisce, una nuova bellezza. Noi
siamo la nuova bellezza.
Paul Valéry
disse che l'osservazione artistica può toccare una profondità quasi
mistica.
Quando un artista guarda l'oggetto con cui lavora, quell'oggetto
perde il proprio nome e nessun nome è più sufficiente per definirlo.
Ombre e luci formano sistemi, presentano problemi completamente
speciali, perchè li guarda l'artista (nel senso di artigiano).
Acquistano la
loro esistenza solo da alcuni accordi singolari fra l'anima,
l'occhio e la mano di chi è nato per coglierli in sè e per produrli
in se stesso.
Anima, occhio
e mano:
questa triade è il cuore dell'esperienza del narratore. Tutti e tre
insieme sono il gesto dell'artista.
Il compito del
narratore è proprio quello di lavorare la materia prima delle
esperienze - altrui e proprie - in modo solido, utile e
irripetibile. E' una lavorazione di cui può dare idea il
proverbio se lo si considera come ideogramma di un racconto. "Si
potrebbe dire che i proverbi sono rovine di antiche storie, e in
cui, come l'edera intorno a un resto di muro, una morale si avvolge
intorno a un gesto".
Il narratore
deve compiere questo gesto in modo solido, utile e irripetibile. Il
narratore racconta storie solide, utili e irripetibili. Utile perché
il gesto del narrare in origine era un gesto di utilità sociale, era
la risposta a uno dei bisogni della comunità; irripetibili nel senso
che non ripeteranno mai più TE, la tua mano, il tuo occhio, la tua
anima.
Il narratore
ha il compito di riuscire ad estrarre da sè l'irripetibile che è in
lui.
Questa
irripetibilità che illumina in avanti e indietro, futuro e passato
rispetto al narratore.
Così
considerato il narratore entra tra i maestri e i saggi. Egli ha
consiglio. Il suo talento è la sua vita, la sua dignità quella di
saperla narrare fino in fondo.
Il NARRATORE è
la figura in cui il GIUSTO incontra se stesso. |