>
News
> Community
>
Ipse scripsit
> Interviste
> Speciali
> Totem
> Holden
> Opere
»
Senza
Sangue
» City
» Seta
» Novecento
» Oceano Mare
» Castelli di Rabbia
» Altre opere
» Articoli vari...
> Bio e Bibliografia
___
> E-mail
> Cerca nel sito
>
Link
> Mappa
> Disclaimer
> Ringraziamenti
> Su questo sito...
|
|
di
Dario Oliviero
Data di pubblicazione: 16 maggio 2003
 |
Torino, tanta gente, quasi come a un concerto per l'incontro dei due
scrittori col loro pubblico.
Hanno spiegato la genesi "solitaria" dei loro romanzi
L'autore di "Io non ho paura": "Vorrei provare a fare il regista"
TORINO - Fiera del libro di Torino, ore 18,15, sala gialla, la più
capiente. Gente in fila. Tanta. Si entra a scaglioni e c'è
addirittura chi, superato il primo sbarramento si mette a correre
per prendersi un posto buono sotto il palco. Come a un concerto.
Quell'annuncio sul programma brilla di luce propria in mezzo a tutti
gli incontri della giornata: "Alessandro Baricco e Niccolò Ammaniti
incontrano i loro lettori". E i lettori sono pronti. Puntuali
entrano anche le due star. Maglia a girocollo Baricco, camicia di
jeans Ammaniti. Si siedono. Baricco gira il cartello segna posto con
il suo nome, Ammaniti ammette di essere nervoso, molto nervoso. Al
punto da aver sognato la notte prima, dopo aver mangiato cinque chi
di salsicce, "che la platea era piena di ragazzine giapponesi che
cantavano Asereje". Prima risata liberatoria in sala, l'energia
incomincia a girare.
Non c'è comico e non c'è spalla. Entrambi sanno bene come vendere
quello che hanno. Non si rubano la scena. Di loro si sa tutto, i
titoli dei loro libri, quanto vendono, i film tratti dalle loro
opere, le trasmissioni in tv e in teatro. Del loro pubblico si sa
meno. Chi è qui per l'autore di "Senza sangue"? Chi per quello di
"Io non ho paura"? Chi legge il primo, ama anche il secondo?
Probabilmente no, ma una cosa è certa: le domande che i lettori
rivolgono ai due sul palco sono toste, precise, dirette. Niente
domande sulla vita privata avverte Baricco. Poi si parte. E si
scoprono cose interessanti.
Per esempio che se c'è chi può nutrire dubbi sul talento letterario
di due dei più famosi scrittori italiani del momento, nessuno può
accusarli di non sapere tener testa alle domande. E' un pubblico
amico, certo. Ma gli amici fanno domande così. A Baricco: "Perché il
suo ultimo libro è così breve? Alla fine lascia un senso di vuoto.
Non riesco a capire perché lo ha fatto". Ad Ammaniti un insegnante
fa una domanda così: "Qual è stata la spinta a scrivere la storia di
un bambino rapito e segregato? Perché i bambini che descrive
emarginati ma eticamente superiori finiscono sempre così male?"
Tecnicamente non sono domande private, ma intanto obbligano gli
autori a dire cose pesanti. Baricco: "Perché quella storia aveva un
respiro corto e per me il piacere è stato di ridurre il più
possibile la mia libertà di movimento. City è un libro dispersivo,
avevo bisogno di fare una cosa breve. Mi sono divertito molto a
leggere i critici che contavano le pagine, cronometravano il tempo
impiegato a leggerlo. Però intanto io ho parlato di un tema come la
vecchiaia. Ed è la prima volta che parlo di una cosa vera, di una
cosa che incomincio a sentire, non di una storia".
Ammaniti: "Quando ho iniziato a scrivere 'Io non ho paura', la
storia non mi convinceva, mi sembrava una trama da fiction di Rai
Uno. Poi, andando avanti, ho tirato fuori delle cose sulla mia
infanzia che non conoscevo". "A me, quando capitava di restare in
disparte a una festa non mi sentivo di certo eticamente superiore".
Insomma, per quanto bravi siano a tenere la scena, il pubblico li
vuole stanare. E quando non lo fa il pubblico, lo fanno tra loro.
"Alessandro chiede Ammaniti - mi sono sempre chiesto come nascono i
tuoi libri, ho l'impressione che non nascano da esperienze vissute e
viste e che la tua vita sia sempre messa un po' da parte". "Io
risposta - sono nato a Torino, in una città che nasconde le proprie
storie e ti obbliga a lavorare di fantasia e quelle rare volte che
si sente raccontare una storia ecco che diventa una feritoia da dove
fuggire. I miei libri nascono da storie che ho sentito".
Poi, il cinema. I rapporti dei due con Salvatores e Tornatore che
hanno realizzato i due film tratti da "Novecento" e "Io non ho
paura". O di quando Vasco Rossi disse ad Ammaniti di voler fare un
film tratto da "Ti prendo e ti porto via" confondendo sceneggiatura
con scenografia "e io gli ho detto: 'Vasco, io non canto e non
suono, perché tu vuoi fare un film? Perché l'ha fatto Ligabue?" Ma
poi confessa che vorrebbe un giorno fare il regista perché "scrivere
significa lavorare da soli mentre il cinema è gratificante perché è
una fatica complessiva".
E così è per Baricco che ammette che l'anno in cui fece televisione
"ha smontato il mondo che ti è necessario per poter scrivere", quel
mondo di solitudine "e micidiale in cui ci vuole la capacità di
lavorare anni su un'idea che conosci solo tu senza che nessuno possa
condividerla". Per questo ha lasciato la televisione e, sottolinea,
"nessuno mi ha costretto ad andarmene". Continuerà a mandare in tv i
suoi spettacoli teatrali. A proposito, oggi è stato presentato
il libro per immagini
"Cityreadingproject", sette storie scelte da City (Rizzoli, 10
euro).
(16 maggio 2003)
|
|
|
|