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di Franco Brevini
Data di pubblicazione: 23/07/1999

Il libro di Baricco, e l'ultimo esempio di un fenomeno ormai diffuso: il riscatto della narrativa metropolitana .
Un Paese che ha sempre raccontato la psicologia e la famiglia ora scopre il caos postmoderno: gli autori trentenni e quarantenni hanno finalmente messo in soffitta il romanzo intimista otto-novecentesco. 
L'apertura al mondo urbano e un fenomeno recente che segna un cambiamento radicale rispetto al passato. Anche nello stile  

L'ultimo libro di Alessandro Baricco testimonia, sin dal titolo, City (Rizzoli), e dalla copertina, l'intenzione di entrare in uno dei grandi luoghi del nostro immaginario. Baricco esemplifica un processo che ha investito la narrativa italiana degli ultimi anni. Sono stati in particolare gli scrittori trenta-quarantenni a mettere finalmente in soffitta la tradizione del romanzo psicologico e poi psicoanalitico otto-novecentesco. I protagonisti dei libri di oggi non «pensano», ma «guardano». 
I nuovi autori lo hanno spesso candidamente confessato: la loro cultura è stata in primo luogo televisiva, fumettistica, cinematografica. Sono figli delle tecniche del visuale, prodotti dell'età postgutemberghiana, se vogliamo continuare a servirci di formule. La conversione di Baricco alla dimensione multimediale documenta un bisogno, che io giudico assai benefico per lo scrittore italiano, di fare finalmente i conti con il moderno e, ormai, con la sua coda di fine millennio. E' difficile immaginare qualcosa di più estraneo alla letteratura italiana nel suo complesso, non solo alla poesia, di temi quali lavoro, città, modernità. 
Cresciuta nelle serre di una lingua mandarina, la nostra tradizione ha prodotto opere altissime, ma sapevano più d i lucerna che di plein air. E' una grandiosa scoperta del paese reale quella che, dando voce al dissonante universo dei dialetti, si compie nella letteratura italiana del secondo Ottocento. Eppure l'osservatorio privilegiato continuano a essere le campagne. Un po' perché l'Italia non era la Francia o l'Inghilterra, ma un po' perché i nostri scrittori avevano una testa diversa dai colleghi d'oltralpe. Al centro dei libri italiani continua a stagliarsi la siepe leopardiana: o, per essere più chiari, la riconversione in termini di elegia contadina del vecchio stereotipo arcadico. E' mancato nella nostra tradizione il romanzo della città moderna alla Balzac o alla Dickens, mentre abbondano le storie di baroni e contadini. I Buddenbrook della le tteratura italiana è stato Il mulino del Po. Anche Manzoni nei Promessi sposi si è arrestato in qualche modo all'antefatto del capitalismo industriale lombardo. Ha raccontato le vicissitudini del fondatore delle filande Tramaglino, non l'epopea dei nipoti. 
C'è a ben vedere un D'Annunzio apologeta del moderno, ma con lui il prodotto industriale viene innestato nelle mitologie tradizionali: l'ordigno che esce dai cancelli della Fiat è trasfigurato in Satana o Pegaso. Nel Novecento la modernità f a finalmente il suo fragoroso ingresso con i futuristi. Ma sono aristocratici e di destra e per loro la macchina è il prodotto dell'estetica del futuro. L'economia, la fabbrica e i lavoratori non esistono. 
A sé stanno i casi di Bontempelli e di Gadda , fra i pochi che abbiano tentato il confronto con la città borghese. Negli anni Venti poi, proprio nel cuore di un movimento modernista come il fascismo, esplode la polemica di Strapaese, con la sua becera esaltazione dello spirito municipalistico contro la cultura industriale e cittadina. Le fabbriche compaiono ai tempi di «Letteratura e industria» ad opera soprattutto di Ottieri e Volponi. Ma è solo una parentesi. Come eccezionali saranno i casi del Testori delle periferie milanesi, del Balestrini di Vogliamo tutto e, in poesia, del Sereni di Una visita in fabbrica e del Pagliarani della Ragazza Carla. 

Quanta letteratura con ambizioni alte e risultati medi non ha fatto che riproporre instancabilmente drammi psicologici, diari dell'anima, memorie d'infanzia eccetera? Il successo perdurante di due generi come il romanzo familiare e il romanzo storico la dice lunga sulla difficoltà a rappresentare la realtà contemporanea. Questo quadro è rapidamente mutato negli ultimissimi decenni. Nelle opere dei giovani scrittori sembra che la dimensione urbana sia ormai una sorta di a-priori, importato dal cinema e dal fumetto espressi da civiltà più «moderne». 

Sul versante della narrativa pulp e cannibale la città si offre come luogo di orrore concentrazionario, come labirinto violento. La sua rappresentazione in termini di sesso e violenza si deposita di solito nei calchi del giallo o del noir. Ma gli scenari sono poco riconoscibili e tendono piuttosto verso lo stereotipo. No n è un caso che Milano conosca poche attestazioni: penso a Aldo Nove, ad Andrea De Carlo, a Bruno Pischedda. Più originali e caratterizzati i ritratti di altre città italiane, dove la giovane narrativa ha potuto valorizzare i propri strumenti, cogliendo l'intreccio di modernizzazione e vecchi problemi, di anonimato e colore locale tipici della provincia dell'impero che siamo. Mi sembra il caso soprattutto di Roma e di Napoli. Della prima i libri di Marco Lodoli, Eraldo Affinati, Sandro Veronesi, Niccolò Ammaniti, Sandro Onofri, Edoardo Albinati ci offrono un'immagine di promiscuità levantina ed estraneità. La seconda si presenta invece con le caratteristiche di un Sud America italiano, il cuore di un meridione che continua a battere tra decomposizione sociale e sprazzi di vitalità. Si vedano le pagine di Erri De Luca, di Fabrizia Ramondino, di Peppe Lanzetta, di Giuseppe Montesano, di Francesco Piccolo. 

Libri come City e come gli altri che ho citato, da una prospettiva straniata, ci pongono di fronte al grande, inconsistente, delirante Barnum della postmodernità urbana in cui siamo immersi. Soprattutto ci parlano con quello stesso linguaggio, con la sua scorciata sintassi. Per chi sia convinto che la città è davvero grande, più grande dei nostri piccoli io, è un gran bel risultato.