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Solcando l'oceano sul piroscafo Virginian alla volta di un'America di sogno, Danny Boodman T.D. Lemon Novecento era solito affermare: "Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla" : con Davila Roa Alessandro Baricco, proseguendo il proprio viaggio attraverso lo sterminato continente del 'narrare', dimostra di aver ben assimilato questo insegnamento. Per ordine di Davila Roa, il "principe ragazzo", ventun sapienti sono forzatamente costretti all'isolamento in un'"assurda prigione scavata nel cuore della città grande" :prima che si consumi la fiamma di "tre lucerne" essi dovranno sciogliere l'"enigma" della vita del loro signore.
Consapevole del fatto che i recenti sviluppi delle tecniche comunicative "stanno squarciando l'orizzonte della narrazione, e sfondando i muri della percezione", Alessandro Baricco cerca il modo per consentire alla drammaturgia di pedalare con la propria "bicicletta" davanti al "treno" sul quale il racconto cinematografico viaggia ormai lanciato verso imprevedibili destinazioni. Servendosi della propria abilità di manipolatore delle forme narrative, egli finge di accettare le asfittiche convenzioni di certa scrittura teatrale novecentesca incline al 'soffocamento' per dissolverne dall'interno la struttura.
La 'cella' in cui si consuma l'azione del dramma è in realtà uno spazio pulsante che può dilatarsi fino a coincidere con l'"infinito" o viceversa comprimersi nel breve orizzonte della "mente". Il tempo di "tre lucerne" è una durata sospesa di cui nessuno conosce il termine. L'azione di Davila Roa è bloccata tra il presente dell'accadere e il passato narrativo della memoria in cui "quel che è successo" riemerge attraverso i ricordi. La tradizionale costruzione dialogica cede il passo nel testo ad una struttura che oscilla tra la partitura musicale e il poema in prosa. Baricco combatte la "collettiva, enorme, […] incapacità di desiderare, di immaginarsi, di inventare", l'"anemia di desiderio" di cui sembra soffrire il nostro grigio presente intrecciando un labirinto di storie nel quale la realtà si confonde con il possibile, la favola esemplare con la vita. Al "vuoto pneumatico" prodotto dalla dilagante 'spettacolarizzazione' del privato che domina inesorabilmente il "Grande Show" della civiltà contemporanea, il dramma oppone la ricerca di una narrazione scenica capace di dar senso all'esistere: "a prescindere dalla cultura alta o bassa, è il racconto della realtà", spiega Baricco, "che ti incunea la realtà nella testa, e te la fa esplodere dentro. I fatti diventano tuoi o quando ti schiantano la vita, direttamente, o quando qualcuno te li compone in racconto e te li spedisce in testa". Nato dal tentativo di rispondere a una "domanda" forse nemmeno formulata, questo apparente 'dramma dell'angustia' si converte in una 'tragedia' della conoscenza tesa ad indagare il rapporto tra l'"incubo" del "peccato" e al misteriosa insondabilità del "destino".
Grazie ad una calibratissima geometria di corrispondenze il testo si chiude circolarmente su se stesso e la meditazione esistenziale si traduce in riflessione linguistica: obbedendo all'antica legge secondo la quale "quando non hai un nome per dire le cose, allora usi le storie", Davila Roa racconta con crudeltà ed abbandono un groviglio di dolori ed emozioni altrimenti innominabili. Se
è vero che "tutte le storie hanno una loro musica", quella di Davila Roa - un po' come quella di Seta - è una "musica bianca" ed è "importante dirlo perché la musica bianca è una musica strana, a volte ti sconcerta: si suona piano e si balla adagio. Quando la suonano bene è come sentir suonare il silenzio, e quelli che la ballano da dio li guardi e sembrano immobili. È una cosa maledettamente difficile, la musica bianca". Evitando le trappole di una 'sperimentazione' ermetica ridotta ad esperienza "sfinente" ed "esasperante" per lo spettatore, Baricco ci racconta la ricerca di una sapienza che non sia "la violenza di una risposta ma uno stare, silenzioso, prima di ogni domanda". |
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