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di Franco Cordelli
Data di pubblicazione: 01/07/98

Novecento al Colosseo di Roma 

Apparso in scena al Colosseo di Roma come un'edizione minore, rispetto alla prima di Gabriele Vacis, Novecento di Alessandro Baricco, interpretato e diretto da Ulderico Pesce, è cresciuto nel tempo, a furor di pubblico. 

Merito del giovane interprete, già allievo di Ronconi e Vasil'ev (Pesce parla e si muove con calma, con una certa, brillante freddezza, smorzando i toni alti del testo). Ma merito, ancora una volta, di Novecento e del suo autore: vi sono fenomeni estetico-sociali che vanno considerati come fenomeni di natura. Lo stesso Baricco tende a naturalizzare il tutto, tutto ciò che è: per cui, adottando il suo punto di vista, si finirà con il parlare di Novecento come di un terremoto o di un'eruzione vulcanica. 

Al cuore di tale evento però c'è una poetica precisa, la più diffusa nell'esteticità contemporanea: la poetica dello stupore. Accade un fatto straordinario, un tifone, una tempesta di sabbia, il passaggio di un ufo, cosa si può fare se non raccontarlo a qualcuno? Ma erigendo se stessa come valore supremo, è una poetica che si morde la coda: il mezzo è il fine, io racconto perché sono costretto a raccontare, ecco la prova della straordinarietà del tutto. 

Che cos'è Novecento se non una lunga dichiarazione di poetica? Essa coincide con l'apodittico annuncio della genialità di un uomo, un pianista. L'autore (per mezzo di un narratore) afferma di aver conosciuto un tipo unico, «il più grande pianista» del mondo, o di tutti i tempi: un'affermazione che da un punto di vista espressivo non ha più valore di un comunicato stampa. Pure, tutto ruota ossessivamente intorno a essa. 

L'altra cosa straordinaria di cui il pianista chiamato Novecento si fa portatore è di non essere mai sceso dalla nave su cui vive. Vi è stato trovato infante, vi morirà il giorno in cui qualcuno la farà esplodere. Insomma, un eroe: sebbene non si sappia di che, se non della sua tutta arbitraria (letteraria) fissazione. Al luogo comune dell'eccezionalità (tutti i fenomeni di natura sono straordinari ma sono anche luoghi comuni) si aggiunge l'altro, a esso conseguente, dell'immensità della vita («la vita è immensa» dichiara il testo di Baricco). 

Da questa immensità, che può essere un oceano, o una nave (un altro elemento ricorrente, stilistico, è l'incastro di una metafora dentro l'altra), peccato non si esca, come da una torre d'avorio, o da una prigione, se non a prezzo di un approdo alla disinvoltura. Per uscire, occorre imparare a dare del tu al mondo, ciò in cui Baricco eccelle. Ed ecco, dunque, che c'è «quello che per primo vede l'America. Su ogni nave ce n'è uno» (ancora lo stupore, ancora la straordinarietà, ancora l'ossessione d'essere i primi, della classe e d'ogni altra compagine), costui è sempre «uno che se tu gli dicevi», uno cioè tra i tanti. Da una parte, verrebbe da commentare, l'autore Baricco, ampia e fluente gioventù, canto a gola spiegata e danza («se balli non puoi morire»); e dall'altra l'interprete Ulderico Pesce, spiritoso quanto basta per raffreddare gli incendi, così delicato da offrirsi come cavia della comune brama d'immensità: quell'asciutto terreno propizio alle fiamme in cui consiste lo stupore di chi detiene il privilegio del racconto e di chi, a bocca aperta, lo vuole ascoltare.