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di Ranieri Polese
Data di pubblicazione: 13/11/97

Novecento - La leggenda del pianista sull'oceanoParla il regista che sta girando un film ispirato al monologo teatrale dello scrittore: la storia di un pianista vissuto sempre in mare che e metafora del nostro secolo, con il romanziere che mi ha lasciato piena liberta nell'adattamento.

La nave si vede da lontano. Dal muro dell'ex mattatoio di Testaccio, a Roma, spunta la fiancata del Virginian, imponente, maestosa. È alta 35 metri, nera, più su ci sono i ponti bianchi e sopra a tutto svettano i fumaioli. 
Intorno a quella sagoma che condensa tutta la magia del cinema è stato ricostruito il porto di New York, il Pier n. 3, con i magazzini, i carri carichi di botti, i sacchi, la gente vestita come negli anni '30. 

Aspettando che smetta di piovere, Giuseppe Tornatore sta a metà della scala da dove il protagonista dovrebbe scendere a terra. Ma chi ha letto Novecento, il monologo di Alessandro Baricco (pubblicato da Feltrinelli) o lo ha visto a teatro, sa che il pianista Danny Boodman T. D. Lemon Novecento farà solo tre scalini, poi si fermerà, butterà il cappello e tornerà indietro per restare per sempre sulla nave dove nacque nel primo anno del secolo. Così, appena arriva un po' di sole, l'attore Tim Roth si affaccia e comincia a scendere; dal ponte più in alto arrivano i saluti («God bless You, Nineteen Hundred»), lui si ferma, si gira e... stop, si ripete. E scatta un nuovo ciak. Martedì era il primo giorno di riprese a Testaccio, ma intanto è aperto un altro set, a Cinecittà, dove è stata costruita la sa la da ballo del piroscafo. Il terzo set è a Odessa, dove c'è una vera nave su cui per cinque settimane Tornatore e la troupe hanno girato («il mio albergo si affacciava sulla celebre scalinata», ricorda il regista premio Oscar per Nuovo cinema Paradiso). 

Il film, prodotto dalla Medusa (che ha già venduto i diritti di distribuzione in tutto il mondo all'americana New Line) non sarà finito prima di febbraio. S'intitolerà La leggenda del pianista sull'oceano, perché ovviamente Novecento non si può. «Ma questo titolo mi sta bene - dice Tornatore - perché c'è dentro la parola leggenda. E che cos'altro è se non una favola, una leggenda, la storia di questo personaggio che, nato a bordo di una nave, decide di spendere tutta la sua vita sulle rotte dell'Atlantico, avanti e indietro fra Europa e America, senza mai scendere a terra, diventando un pianista mirabile, il più grande di tutti? Per me è la metafora di una condizione esistenziale. Quella della precarietà di noi tutti, che non ci sentiamo più parte di un mondo che finisce, di un secolo ormai consumato, ma che ancora non apparteniamo al mondo che verrà. Questo eroe di cui non si conoscono i genitori né la provenienza, cittadino di nessun luogo e di tutto il mondo, è il portatore di quei temi assoluti (l'infinito dell'oceano, l'imponderabile del destino umano, il fascino dell'inafferrabile mondo dei suoni) che sono propri di Baricco». 

Già, Baricco. È toccato proprio a Tornatore il compito di realizzare il primo film da un testo dello scrittore che con i suoi tre romanzi (Castelli di rabbia, Oceano mare, Seta, pubblicati da Rizzoli) ha superato il milione di copie vendute in Italia, riscuotendo ottimi successi anche nelle traduzioni. Di Baricco, poi, si parlò molto all'ultima Fiera di Francoforte, quando si seppe che della vendita dei diritti cinematografici di Seta si occupava il numero uno degli agenti, Andrew Wylie. 
Ma com'è nato questo film «tratto» da Novecento? 
«Avevo incontrato Baricco anni fa , e gli proposi di scrivere un film da un mio soggetto. Purtroppo mi resi conto che esisteva già qualcosa di simile alla mia idea; lasciammo perdere, io mi misi a lavorare a un altro progetto, Il viaggiatore indiscreto. Sembrava tutto pronto, ma poi improvvisamente è saltato. A quel punto, comunque, volevo fare un film, non me la sentivo di ricominciare a zappare la terra dalla prima zolla, avevo bisogno di qualcosa di preesistente. Fu allora che lessi Novecento, era ottobre-novembre dell'anno scorso, mi piacque moltissimo, per la storia e per il linguaggio, semplice, ma che ti fa vedere le cose. E forse è questa è la ragione per cui Baricco è tanto amato dai giovani. Piacque molto anche ai produttori. Ai primi del '97 comprai i diritti...». 
Il prezzo era molto elevato? 
«No, appena poco più della media del mercato. Ma quel che conta è che tra noi il rapporto è stato perfetto, esemplare. Dopo un primo momento in cui Baricco era tentato dall'idea di collaborare alla sceneggiatura, lui mi ha dato carta bianca. Mi ha lasciato, cioè, trasformare quel monologo teatrale in cinema, capendo bene le mie esigenze di intervenire sulla struttura, di apportare dei cambiamenti perché poi il tutto risultasse il più fedele possibile al senso del testo. Quando ho terminato il mio lavoro di scrittura, lui ha letto l'intera sceneggiatura, e non ci sono stati problemi». 
Per Tornatore questo è il primo film da un'opera letteraria? 
«Sì, se si eccettua il mio film di esordio, Il camorrista, tratto dal libro di Giuseppe Marrazzo, che era un romanzo, ma aveva il piglio di un'inchiesta giornalistica. Gli altri miei film, da Nuovo cinema Paradiso a L'uomo delle stelle, sono tutti soggetti originali. Una volta ho lavorato con uno scrittore, Gianni Riotta: si era agli inizi di Mani Pulite, la politica in Italia aveva toccato il suo punto più basso. Così scrivemmo una storia per ricordare i tempi in cui, invece, si pensava che solo l'impegno politico avrebbe risolto i problemi de l Paese. Parlavamo della Sicilia del dopoguerra, delle occupazioni delle terre, delle lotte contadine: Cecchi Gori, che allora era il mio produttore, ci bocciò. Ci sono troppe bandiere rosse, disse». 
Anche se lei non è un regista molto propenso a fare cinema da opere letterarie, qualche sogno di un film da un grande romanzo ce l'ha? 
«Sì, ho sognato di realizzare Cent'anni di solitudine di García Márquez. E vorrei tanto filmare il più bel romanzo d'appendice del nostro Ottocento, I Beati Paoli, così come ho il chiodo fisso di portare sullo schermo I viceré di De Roberto: ma ci vogliono grandi mezzi, non sono cose da fare con pochi soldi. Per due anni ho cercato di trovare i finanziamenti per Marianna Ucria di Dacia Maraini, sontuoso come il libro imponeva: non li ho trovati». 

Quali scrittori italiani l'hanno interessata di più? 
«Bufalino, Consolo, Tabucchi: Pereira mi piaceva molto, il film mi ha un po' deluso. C'è un racconto della Capriolo che amo particolarmente, Il gigante, e mi ha molto colpito il libro di Maria Teresa Di Lascia». 
E la Tamaro? 
«Non ho avuto occasione di leggerla. Ma forse, tra tutti gli scrittori, quello a cui sono più legato è Sciascia. Nell'83 realizzai per la Rai un programma sugli scrittori siciliani e il cinema. Restammo amici. Quando uscì Nuovo cinema Paradiso, nell'88, Sciascia era a Milano, malato. Chiese di vederlo: volle una proiezione di mattina, dove si potesse fumare. Scrisse un pezzo molto bello sul mio film, in cui si sentiva l'amore che aveva sempre avuto per il cinema». 
Vorrebbe girare un film da un libro di Sciascia?
 
«Ho pensato qualche volta al suo libro più bello, Il consiglio d'Egitto. Ma ora mi piacerebbe raccontare la sua vita, in un modo non canonico, un po' fiction, un po' con documentari di repertorio, un po' inchiesta: credo che attraverso la vicenda di questo insegnante di provincia che diventa uno degli scrittori più importanti del nostro tempo verrebbe fuori la risposta a un quesito che mi appassiona. Com'è successo che siamo diventati quello che siamo oggi? Insomma, che cos'è accaduto al nostro Paese in questi cinquant'anni?».

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Ultimo Aggiornamento_Last Update: 2 Mag. 2002